Ritratti – Manolo Gabbiadini

Non è stato facile. Per niente. Il rischio che la cosa non si concretizzasse c’è stato, ma alla fine è andato tutto come ci eravamo auspicati. Siamo andati a Southampton, ci siamo recati al centro sportivo di Staplewood e abbiamo fatto due chiacchiere con Manolo Gabbiadini, il ragazzo italiano che da ormai dieci mesi regala gol ed emozioni a tutti i tifosi e appassionati dei Saints.

Era il mese di marzo quando tra le notifiche pervenute al nostro profilo twitter, compare “A Manolo Gabbiadini piace il tuo post”. Ma sì, pensiamo noi, sarà il solito profilo fake in cerca di visibilità, nulla di cui preoccuparsi. Ci è bastato un click per ricrederci: quella notifica arrivava dal profilo del vero Gabbiadini. Wow.

Da quel momento una serie di tira e molla hanno prolungato l’attesa ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Manolo si è dimostrato disponibile, gentile e soprattutto aperto a qualsiasi tipo di domanda. Premier League, stadi, tifosi, famiglia, gusti culinari, rimpianti, sogni futuri: nell’intervista che abbiamo realizzato c’è tutto quello che vi serve per scoprire un giocatore spesso nell’ombra e lontano dalle luci dei riflettori, ma dal cuore grande.

Come ed in cosa cambia l’atmosfera all’interno dello stadio durante la partita rispetto all’Italia?
“L’atmosfera cambia parecchio, se in Inghilterra giochiamo contro l’ultima in classifica, lo stadio sarà quasi certamente sempre pieno. In Italia no. Ad esempio, abbiamo giocato in Carabao Cup e la partita era praticamente sold out. E poi a cambiare è proprio la mentalità del tifoso. Fa tanta differenza anche avere i supporters vicino al campo, sentirli e quasi vederli in faccia, esultare con loro per i gol, andare a salutarli a fine partita. In Italia ci sono tanti stadi belli, come ad esempio l’Olimpico di Roma, ma tra la pista di atletica e le tribune alzate, avere un rapporto del genere, purtroppo, è praticamente impossibile”.

Cosa hai imparato dallo spogliatoio e dalla mentalità delle persone che compongono un ambiente così diverso da quello italiano?
“Per un italiano pignolo come me non è semplice l’impatto con uno spogliatoio inglese. Per niente. Qui anche se il risultato della partita è negativo, quando entriamo nello spogliatoio i miei compagni restano arrabbiati per un po’ ma poi finisce lì. All’inizio ho fatto fatica ad accettarlo. Anche i tifosi non ti mettono molta pressione, a differenza di quelli italiani che discutono per tutta la settimana. Per questo certe pressioni devi creartele da solo, altrimenti rischi di entrare in campo meno carico”.

Se potessi cambiare 3 cose della Premier League o del calcio inglese, quali sarebbero?
“Il calcio inglese è bello così, nel bene e nel male. Di sicuro posso dirti che cambierei il clima (piove di media 3/4 giorni alla settimana) e soprattutto il cibo”.

È così orribile il cibo? 
“Venendo da realtà come Genova e Napoli, posso assicurarvi quantomeno che la pizza qua non è pizza. Ma a loro va bene così, hanno gusti diversi dai nostri. Ad esempio, una sera durante un ritiro in Spagna ho provato a far assaggiare dei calamari ottimi ai miei compagni, ma si sono rifiutati. In generale, diciamo che gli inglesi tendono a non essere molto propensi al cambiamento”.

Se potessi farti raggiungere da tuoi ex compagni di squadra o nazionale, chi sceglieresti?
“Due nomi su tutti sono Pirlo e Di Natale. Qua in Inghilterra in generale le difese sono meno
“organizzate” da un punto di vista tattico, perciò con la loro intelligenza e visione di gioco avrebbero potuto di certo fare grandi cose”.

Cosa ti manca di più dell’Italia?
“Il cibo, il clima e casa mia”.

Hai avuto problemi con la lingua?
“Quando sono arrivato il mio inglese era a zero, adesso siamo sul tre, sto migliorando”.

Anche tua sorella è riuscita a farsi strada nel mondo del calcio. È stata lei a trasmetterti questa passione?
“Non solo mia sorella, ma gran parte della mia famiglia è appassionata di calcio, e anche mio padre e i miei cugini ci giocavano. Quando mia sorella, che è più grande di me, giocava, andavamo quasi sempre a vederla. Ciò ha fortificato molto il nostro rapporto: tuttora, anche se non ci vediamo spesso, ci sentiamo regolarmente. Però penso che avrei giocato lo stesso”.

Che rapporto hanno i giocatori di Premier League con gli arbitri? È vero che sono più lascivi rispetto a quelli italiani? 
“Fischiano un pochino meno ma pensavo molto meno; dalla scorsa stagione, anzi, fischiano un po’ di più. Ho preso un paio di ammonizioni che non avrei mai pensato di pretendere qua. Per quanto riguarda il VAR, in Italia è stata una buona mossa per spazzar via molti dubbi. Certo è che, essendo appena stato introdotto, ha bisogno di assestamento. L’unica pecca a mio avviso è che si perde troppo tempo per far andare l’arbitro a controllare lo schermo. La squadra arbitrale, in quanto squadra, dovrebbe prendersi più responsabilità”.

Botta e risposta:

Fish & chips o pizza? Pizza.
Pie o torta della nonna? Non so cosa sia la pie.
Birra o vino? Vino. Bianco o rosso? Rosso.
Colosseo o Big Ben? Tutti e due.
Var sì o no? Sì.

Si chiude così, tra una battuta e un sorriso, il nostro incontro con Manolo Gabbiadini. Ci tenevamo innanzitutto a ringraziarlo per la disponibilità avuta nei nostri confronti e soprattutto per la sincerità con la quale ha risposto a tutte le nostre domande. Che il suo futuro sia o meno in Inghilterra, siamo sicuri che questo è solamente un arrivederci. Good luck Manolo!