Dove sono gli ultrà?
La storia di un mondiale vissuto solo nella mente dei mass media.

Ne hanno parlato per almeno due anni, in ogni salsa, sotto qualsiasi forma e con qualsiasi pretesto. I Mondiali in Russia dovevano essere una carneficina: gli hooligans russi avrebbero mietuto morti e feriti, avrebbero picchiato i tifosi inglesi in qualsiasi città si sarebbero recati e si sarebbe vissuto in un clima di tensione e di paura atipico per un evento come la Coppa del Mondo.

E invece, non è successo nulla. Solo un paio di scaramucce tra tifosi polacchi e colombiani, dovute però ai bollori dell’alcool e non per motivi riconducibili al calcio. Degli ultras russi, quantomeno, nessuna traccia. Il lavoro svolto dalle autorità russe e dagli agenti di polizia nel corso degli ultimi mesi, al quale ha fatto seguito un servizio d’ordine attento e preciso hanno fatto sì che nessuna tifoseria, nemmeno quelle storicamente rivali, venissero a contatto e scatenassero disordini ingiustificati.

Finora si sono visti solamente cortei di tifosi in festa, peruviani che offrono le birre ai tunisini, tunisini che insegnano agli inglesi a ballare, inglesi che insegnano ai tunisini il coro per Jamie Vardy (che poi è quello dedicato a Will Grigg). Un clima di amicizia e di distensione che non siamo soliti vedere durante questo tipo di competizioni, talmente evidente da far ricredere anche gli scettici.

Quindi, dove sono finiti gli ultrà? Dove sono finite quelle orde di hooligans inferociti che avrebbero dovuto rovinare la festa a decine di migliaia di persone? Dove sono gli ubriaconi che avrebbero dovuto sporcare le città e molestare i cittadini russi? Nessuno lo sa e nessuno, probabilmente, lo saprà mai. Certo, gran parte del merito va alla polizia russa, ma in che modo si è passati da un possibile disastro a un nulla di fatto? Beh, la risposta in realtà ci sarebbe.

Tanto semplicemente, il mostro creato dai media e dalle stampe dei vari paesi nel corso degli ultimi due anni, non è mai realmente esistito. I russi sono un popolo accogliente e amichevole, per quanto se ne dica e se ne dirà negli anni a venire. A confermarlo non siamo noi ma le decine e decine di testimonianze di tifosi che in questi giorni popolano le strade delle principali città russe.

Birre offerte, posti letto per chi stenta a trovare una sistemazione economica, passaggi gratuiti da un capo all’altro della città: l’impatto tra i tifosi (non solo quelli inglesi) e la popolazione a cui fa capo Vladimir Putin, è stato pressoché perfetto. Quindi perché incutere tanta paura a priori? Perché fare in modo che migliaia di tifosi si rifiutassero di andare in Russia per seguire da vicino la loro nazionale pur di evitare una minaccia apparentemente violenta e incontrollabile?

Non si riesce a dare una spiegazione. Inghilterra, Germania e Danimarca sono le nazioni che hanno “sofferto” di più questa guerra psicologica creata dai media, a tal punto che le vendite per i tagliandi delle partite sono in alcuni casi dimezzati rispetto alle precedenti edizioni dei Mondiali. Un danno non solo per chi si è fatto ingannare dalla dicerie di giornali e televisioni ma per la stessa Russia, che deve rinunciare a decine di migliaia di potenziali turisti (e, di conseguenza, consumatori) per un pericolo gonfiato a priori, senza lo minimo straccio di una prova.

I più fedeli supporters inglesi stanno cercando di rimediare a queste “mancanze” tanto che per le sfide contro il Belgio e per quelle relative agli ottavi e ai quarti di finale, alla FIFA e alla FA continuano arrivare richieste per l’acquisto degli eventuali biglietti rimasti invenduti. La paura, a questo punto, non ha più motivo di esistere.

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