Perché gli inglesi sono fissati con “It’s coming home”?

Ogni fottuto angolo dell’Inghilterra, da qualche giorno a questa parte, non riesce a fare a meno di una vecchia canzoncina tornata in auge solo di recente grazie allo splendido cammino dell’Inghilterra a Russia 2018. Sebbene in molti lo considerino un coro “sbruffone”, cantato dai tifosi inglesi con la presunzione e la sicurezza di poter vincere il Mondiale, “It’s coming home” (o meglio Three Lions, questo il nome originale della canzone), ha un significato molto diverso e, nel suo piccolo, difficile da comprendere.

Traducendo su google le parole “it’s coming home”, la risposta che otterrete sarà “sta tornando a casa”. Sì, ma cosa? La nazionale? Il calcio? Un giocatore in particolare? In realtà, nonostante molti si siano convinti che gli inglesi lo cantino perché sicuri di vincere il Mondiale e, dal momento che il calcio fu creato in Inghilterra a metà dell’800, intendano dire che il calcio sta tornando nella sua terra d’origine, il motivo per il quale i The Lightning Seeds, David Baddiel e Annie Skinner scrissero questa canzone nel 1996, non aveva nulla a che fare con tutto questo.

Se ci si soffermasse un attimo sul testo, ci si renderebbe conto che “Three Lions” è una canzone tutt’altro che presuntuosa o scaramantica. Anzi. Verso dopo verso è facile accorgersi di come i tre autori del singolo, diventato hit estiva nel Regno Unito in questi giorni, a 22 anni dalla sua realizzazione, con “It’s coming home” si stessero riferendo al torneo in sé, dal momento che l’Inghilterra ospitava la sua prima competizione ufficiale dal 1966 e gran parte della canzone sia di fatto una presa in giro auto ironica della stessa Inghilterra.

Ci spieghiamo meglio. Dopo l’introduzione dove si ripete all’infinito “It’s coming home”, le prime vere parole della canzone recitano esplicitamente:

Everyone seems to know the score
They’ve seen it all before
They just know
They’re so sure

That England’s gonna throw it away
Gonna blow it away

Ovvero: tutti sanno il risultato, lo hanno già visto (e vissuto) in passato e sono sicuri che l’Inghilterra manderà all’aria tutto e farà l’ennesima figuraccia. Cioè, capite? Non se la tirano ma anzi, sanno di non potercela fare e lo gridano al mondo intero. Curioso modo di comportarsi che hanno questi inglesi poco scaramantici, vero?

Proseguendo si legge:

But I know they can play
‘Cause I remember

Three Lions on a shirt
Jules Rimet still gleaming

Thirty years of hurt
Never stopped me dreaming

So many jokes, so many sneers
But all those oh-so-nears

Wear you down
Through the years

But I still see that tackle by Moore
And when Linekar scored
Bobby belting the ball
And Nobby Dancing

Ovvero: ricordo ancora come splendeva la Coppa Rimet (questo il nome portato dalla Coppa del Mondo nei primi anni in ricordo del proprio fondatore), tanto che 30 anni di delusioni non mi hanno mai fermato dal sognare l’Inghilterra vincere. Tante prese in giro e tante speranze poi rivelatesi delusioni ci hanno ferito ma ricordo ancora Moore, Bobby (Charlton) e Nobby (Stiles) giocare.

Ancora una volta, gli inglesi ricordano tutte le delusioni passate, ricordano le prese per i fondelli degli altri paesi, ricordano tutte quelle volte che sono stati fregati nonostante la speranza che riponevano nei loro mezzi e nelle loro possibilità ma affermano con decisione che non faranno mancare il loro supporto alla nazionale per nessuna ragione al mondo.

La cosa che più mi ha colpito in questi giorni è il tweet di un tifoso inglese, che affermava:

Il problema è che è difficile spiegare agli altri cosa sia per noi “It’s coming home”. Noi abbiamo iniziato a cantarlo sin dalla prima partita, come del resto facciamo da 20 anni a questa parte, solo che ora siamo davvero vicini al traguardo e non sappiamo più che fare con noi stessi. E non perché siamo stupidi, semplicemente perché non siamo arrivati fino a questo punto e l’unica cosa che ci viene da fare e continuare a cantare “It’s coming home”.

Ricapitolando: lo cantavano, lo cantano ora e lo canteranno in eterno, ma non per questo vanno considerati degli esaltati. È il loro modo di vivere la cavalcata verso il Mondiale, un sentimento che molti italiani conoscono bene e che nessuno dovrebbe permettersi di giudicare. Ogni nazione e ogni popolo vive il calcio (e lo sport in generale) secondo i propri gusti e le proprie possibilità, non siamo certo noi a dover giudicare.

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