THE BATTLE OF BRITAIN
Burnley - Aberdeen, Turf Moor - 02.08.2018

Raccontare una cittadina come Burnley non è e non sarà mai un compito semplice da svolgere. C’è talmente poco da fare (o visitare, a seconda dei gusti linguistici) che se non si è giovani appassionati di calcio, o anziani legati alle proprie origini, davvero non si capisce cosa spinga un essere umano ad abitare da quelle parti.

Del resto, non appena ci capita di imbatterci in una chiacchierata con il signore di mezza età che aspetta l’autobus, o il ragazzino che porta a spasso il cane o, peggio ancora, il giovane che ci vuole vendere la cocaina non appena varchiamo la soglia della periferia, la domanda che ci viene posta con maggiore frequenza è: “Che diavolo ci fanno degli italiani a Burnley?”

Non che andassimo in giro con un cartello con scritto “Italians are here”, ma del resto quando ti capita vedere passeggiare in luoghi inusuali personaggi atipici per il luogo in quel particolare momento della giornata, possiamo capire che quesiti da porsi ce ne fossero davvero pochi altri.

Sebbene la partita si giochi alle 19.45 (ora inglese), sbarchiamo in città all’ora di pranzo, insieme a una trentina di tifosi dell’Aberdeen già carichi per la sfida e bramosi di arrivare in tempo al pub per godersi il pre partita insieme all’orda di scozzesi che hanno popolato la cittadina inglese già dalla sera precedente.

La nostra prima tappa è ovviamente il The Royal Dyche, pub che dallo scorso maggio ha cambiato nome in onore dell’allenatore dei Clarets, tale Sean Dyche, e che ci accoglie sin da subito con tanto calore. In attesa di intervistare la manager, ci gustiamo una pinta in compagnia di una decina di lavoratori/tifosi, che a quell’ora avevano prontamente staccato e si preparavano ad un pomeriggio di bevute in attesa del fischio d’inizio. C’è chi non è nemmeno passato a casa per cambiarsi i vestiti. Andare al pub, prima ancora che allo stadio, ha la precedenza su qualsiasi altra cosa.

Superata la timidezza iniziale, chiacchieriamo un po’ con tutti i presenti, curiosi del fatto che dei giovani ragazzi abbiano a preso così a cuore una cittadina fredda e povera come quella di Burnley. Per quanto il luppolo attiri con sempre maggior frequenza la nostra attenzione, dopo circa un paio d’ora decidiamo di muoversi in direzione stadio, per capire l’effettiva esistenza della possibilità di scattare qualche foto all’interno prima che i tifosi cominciassero a riempirlo.

Stupiti dalla gentilezza e generosità dello staff, ci rendiamo conto come con un paio di domande, siamo effettivamente riusciti a farci aprire le porte dell’impianto, arrivare fino a bordocampo e scattare le foto che condividiamo oggi con tutti voi. Mentre camminiamo lungo la linea laterale del terreno di gioco, proviamo a renderci conto di quanto uno stadio come Turf Moor possa rappresentare un motivo di vanto per una cittadina cresciuta grazie al proprio spirito operaio e diventata famosa nel mondo per aver reso quelle quattro mura un catino inespugnabile.

Quello stadio, per Burnley, non solo è una miniera d’oro dal punto di vista economico, ma è un vanto non da poco: avere un club calcistico di tali proporzioni che compete a quei livelli è motivo d’orgoglio per ogni singolo abitante.

Da quel momento in poi, la serata prosegue meravigliosamente: viviamo l’arrivo dei 2500 supporters dell’Aberdeen, festanti nonostante i pronostici li diano per sfavoriti. Vediamo Turf Moor riempirsi di magliette claret & blue. Viviamo a stretto contatto con le due fazioni opposte di tifosi i 120 minuti necessari per stabilire il vincitore. Vediamo inglesi e scozzesi cantarsene di tutti i colori sin dal prepartita e li vediamo poi stringersi la mano e congratularsi l’uno con l’altro al triplice fischio finale dell’arbitro. Assistiamo live alla conferenza stampa post-partita di Sean Dyche e torniamo a casa stanchissimi ma orgogliosi per il lavoro svolto e il materiale raccolto.

Non capita tutti i giorni di gestire una community come la nostra e finire per intervistare un allenatore di Premier League, o bersi una pinta di birra mentre realizzi il primo video documentario della storia del Burnley in lingua italiana, o vedi inglesi e scozzesi stringersi la mano. Insomma, qualche momento per goderci tutto questo lo abbiamo avuto anche noi.

Solitamente dopo una trasferta del genere le cose da dire non sono tantissime: basta il racconto della partita per ricordarci di aver vissuto una giornata spettacolare. Questa volta, però, è diverso. Aver avuto la possibilità di entrare a contatto con i tifosi, che da 51 anni aspettavano di vedere la propria squadra in Europa, aver scambiato con loro chiacchiere amichevoli sull’Inghilterra, sul cibo, sulla Brexit, sulla birra e su Burnley in generale, ci ha fatto sentire parte integrante di una città che ha fatto del calcio la propria principale risorsa.

Ps. A fine partita abbiamo pure scambiato due chiacchiere con Sean Dyche. Se escludiamo i 30 gradi (atipici da queste parti) della sala stampa e la voce roca (e inquietante) tipica di un englishman come lui, non possiamo che definirlo un incontro positivo. A differenza di quanto detto dai tifosi però, il suo obiettivo è ben chiaro:

“Non voglio sacrificare la Premier League e tutti i vantaggi che da essa derivano pur di spremere al massimo i miei giocatori e farli arrivare al girone di Europa League. Faremo un passo alla volta ma qualificarci non è obbligatorio”.