Le domeniche benedette del maledetto United

Fatevi un favore. Fatelo a voi stessi, se potete. Ecco, non andate a Leeds nei giorni di pioggia. Per carità, non fatelo. Sia mai, sopratutto se siete buoni di spirito e il vostro cuore è candido. Pulito. Immacolato. Non andate a Leeds nei giorni di pioggia. Fatelo per voi, per la vostra anima, per quel poco di sano che vi rimane ancora dentro in questo mondo impazzito. Per quella scheggia di umanità che ancora vaga dentro di voi e che questo tempo non è riuscito per adesso a togliervi dalle vene. Sì, perché il fango a Leeds i giorni di pioggia è più sporco di qualunque altro fango sulla terra. In qualunque altro posto del pianeta.

Nessuno, in un’altra città, in nessun altro luogo su questa schifosa terra sarà mai sporco come è sporco un adolescente di Leeds i giorni di pioggia. Brutta bestia Leeds se non si ha un buon filo spinato a proteggere il proprio cuore, se non si dota lo stomaco di un tirapugni pieno di spunzoni pronto a colpire per difendere l’onore. Se non si è veramente figli di puttana dentro. Brutta bestia Leeds i giorni in cui piove. Lo diceva sempre Brian Clough.

E come dargli torto? Don Revie e i suoi ragazzi ci sguazzavano nel fango di Leeds i giorni di pioggia. Maledetti bastardi figli di chissà quale rapporto tra cani vagabondi. Era l’estate del 2000, al sorgere di questo nuovo millennio, avevo da poco compiuto quattordici anni e mentre sul calar della sera io ed un mio amico stavamo lá, a contemplare il mare tra il vento che, dopo chilometri e chilometri, aveva deciso di baciare proprio i nostri di capelli, un vecchio signore si avvicinò. Guardava anche lui il mare, e dopo secondi che a noi sembrarono anni, senza distogliere lo sguardo dalle onde ci disse: “Neanche sapete la fortuna che avete. Nessuno è più ricco di voi. Ora, in questo momento. Non sperperatela. Non fatelo. Non permettete mai a nessuno di farlo”.

Poi se ne andò. Non l’avrei mai più rivisto. Parlava con molta probabilità della giovinezza. Della fortuna che uno ha quando ha quattordici anni. Di quell’immensa fortuna che mai più tornerà. Pensai allora che se a questo mondo siamo condannati all’Inferno, per via dei peccati e cazzate varie, allora è meglio entrarci dalla porta principale. Nella vita reale così come nel calcio. Ed ecco che proprio in quel periodo si stava affacciando sul palcoscenico calcistico una manica di avanzi di galera e tagliagole che usavano il calcio più come una copertura che per farne il loro vero mestiere. Ecco che il mondo di lì a poco stava per riscoprire dove veramente fosse Leeds. Di lì a poco tutti noi avremmo amato quello che tutti, o quasi, in Inghilterra invece odiano con tutto il loro cuore. Come una trentina d’anni prima, quando alcuni signori molto poco inglesi nel loro aplomb come William John ‘Billy’ Bremner, Norman Hunter, Terry Cooper, quel bastardo irlandese di Jonnhy Giles o maledetti scozzesi come Bobby Collins e Eddie Gray. Dei fabbri travestiti da calciatori. Gente che sarebbe morta per la maglia, per il proprio condottiero e guida spirituale Donald Revie.

E rieccoci adesso, anni dopo, reincarnati in nuovi idoli. Nuovi eroi. Quegli eroi che Leeds ama sopratutto i giorni di pioggia. Fregandosene il cazzo di apparire simpatica a chi non è di Leeds. Di chi Leeds la odia ogni giorno sempre più e magari vorrebbe avvicinarcisi i giorni di bisogno. I giorni europei nascondendosi dietro quell’untile demagogia che vorrebbe farci credere che in Europa si debba tifare la squadra della propria nazione. Magari la stessa che si vorrebbe veder bruciare per tutto il resto dell’anno. Quante cazzate.

Leeds se ne frega e ama i suoi idoli.

Stavolta provenienti da molto più lontano che della vicina Manchester, Scozia o Repubblica Irlandese. Come dimenticare, Mark Viduka e Harry Kewell, due cazzo di fenomeni, che dopo aver dribblato e superato canguri australiani in gioventù, hanno deciso di mettersi l’Inghilterra ai loro piedi. Uno, Mark, prima punta di peso, vecchio stampo, di quelli che fanno reparto a sè, che da soli spostano un’intera difesa. Che quando puntano la porta fanno paura. Tanta paura. Segna un gol ad Old Trafford, su cross di Danny Mills allungato da Lee Bowyer, in cui sembra sospeso per aria per secondi interminabili. Potenza pura racchiusa in un involucro fatto di organi e pelle. Nervi e voglia matta di segnare. Di una rabbia agonistica unica.

L’altro, Harry, un gioiello purissimo proveniente direttamente da qualche miniera del Queensland. Harry ‘The Jewel’. Una classe cristallina. Un poeta d’oltreoceano. Un danzatore in tacchetti da sei. Insieme a Alan Smith, aaaaah, Alan Smith, ma vi ricordate quanto cazzo era forte Alan Smith? L’unica goccia di talento in un mare di picchiatori. Di pregiudicati salvati dalla galera, il cui capo banda era senza ombra di dubbio Lee Bowyer, uno che in un paio di vite precedenti deve essere stato sicuramente il braccio destro di Long John Silver. Che razza di criminale. Fosse stato inventato da Irvine Welsh sarebbe andato in campo con le punte degli scarpini in acciaio e i tacchetti limati con l’affilacoltelli. Uno che nell’aprile del 2005, ai tempi del Newcastle, ha iniziato una memorabile rissa in campo con il proprio compagno di squadra Kierom Dyer, così assurda e violenta che se non fossero intervenuti avversari e compagni di squadra, tra i quali Alan Shearer, con molta probabilità sarebbero ancora lá, a St. James Park, a picchiarsi e darsele di santissima ragione. Giorni dopo Bowyer dovette addirittura presentarsi davanti alla polizia per scusarsi. Di quel gol di testa al Milan, su papera colossale di Dida, a Leeds ne parlano ancora. Ogni giorno. Poi Ian Harte, il Beckham mancino. Un terzino che calciava come un Dio. Ogni punizione era un dipinto. Per sicurezza, chiedere a Barthez.

Poi gli altri indimenticabili: Nigel Martyn, Gary Kelly, Olivier Dacourt, Lucas Radebe, Jonathan Woodgate, Robbie Keane, Eirik Bakke, David Batty. Una giovane roccia d’ebano di nome Rio Ferdinand. Semplicemente insuperabile. Insormontabile. Invalicabile come neanche il cancello di Buckingham Palace. Come il bagno di Elisabetta quando la mattina si pulisce il culo. Ma sopratutto Alan Smith. Mio Dio Alan Smith. Destro. Sinistro. Corsa. Genio e sregolatezza. Che squadra di uomini cazzuti. Di gente che sarebbe morta per quella maglia. Per quello stemma. Per quella bianca maglia che tanto tempo fa, altri eroi, altri uomini dalle palle quadrate, difesero prima di loro.

Dimenticare sarebbe un po’ come essere colpevoli di un delitto. Di lesa maestà. Esistono altre cose oltre il lavoro, sapete? Una di queste sono le emozioni. I sentimenti. Drogarsi fino al collasso di attimi irripetibili. Ecco perché non è consigliabile andare a Leeds i giorni di pioggia. Per rispetto. Per non piangere. Devozione. Semplice venerazione per eroi passati, presenti e futuri. Per il cielo che ogni giorno piange alla memoria di Don Revie e Billy Bremner. Per Rio Ferninand e Yeboah. Per tutti i peccati del mondo che in quel periodo si concentravano solo e soltanto a Leeds. Per il sinistro di Harry Kewell e le sue scorribande tra le verdi praterie inglesi, creando da solo lo stesso scompiglio creato da un gruppo di hooligans strafatti di birra. Per Mark Viduka e quella sua potenza che un caldo e dolce vento australiano ha trasportato fino nel cuore della lontana e gelida Inghilterra.

Non per salvare la Regina, per carità, quella ci pensa già da sola. Ma per quei nostalgici romantici che ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, grazie alle gesta di quei meravigliosi ragazzi, ogni tanto vanno a vedere cosa combinano i ribelli terribili di Elland Road. Per regalare ad una città ed al suo grigio cielo, ad un popolo, ad una squadra gloriosa e decaduta, emozioni di semifinali europee dimenticate che solo il fango può avvolgere. Coccolare. Elevare. Che solo la pioggia può capire, solo e soltanto quando, passando di lá a salutare quei ragazzi, decide di cadere sopra la bella e malinconica Leeds.

A cura di Stefano Mazzi