Salisbury, la città fantasma che chiede aiuto al calcio

C’è un paesino, in Inghilterra, che da qualche mese non riesce più ad essere se stesso. Non reagisce, è apatico e rischia di lasciarsi travolgere da una valanga negatività dannosa per l’intero sistema. Stiamo parlando di Salisbury, cittadina del sud dell’Inghilterra, a metà strada tra Southampton e Bath. È qui che il 3 marzo del 2018 una spia russa di 66 anni, insieme alla figlia 33enne, sono stati avvelenati dall’esalazione di Novichok, un gas nervino prodotto nell’Unione Sovietica a cavallo tra il 1970 e il 1993 e ritenuto il più potente e letale agente nervino mai realizzato.

Senza entrare nel merito delle indagini di Scotland Yard e del clima di tensione ventosi a creare tra gli apparati governativi dei due paesi coinvolti (Russia e Inghilterra, per l’appunto), ci sembra doveroso riavvolgere il nastro di qualche mese e tornare, per un attimo, alla vecchia Salisbury.

 

Considerata una delle più rinomate mete delle centinaia di migliaia di turisti che ogni anno visitano la contea del Wiltshire, Salisbury ha sempre goduto della vicinanza di grandi città quali Southampton, Bournemouth e la sopracitata Bath. Un turismo fiorente, basso livello di criminalità e uno stile di vita tra i più invidiati del Regno Unito. Da contorno a tutto questo, una squadra di calcio in netta ascesa. Il Salisbury FC, infatti, sta(va) vivendo un periodo di assoluta prosperità dopo il recente e turbolento passato, che ha visto il club sparire nelle aule di tribunale e riapparire poco dopo con un altro nome. 

Dopo la liquidazione del vecchio Salisbury City FC nel 2014, la società è rinata come Salisbury FC, ritrovandosi però immischiata nei meandri della nona lega inglese. Grazie ad una programmazione ferrea e ad una mentalità vincente, il club è riuscito ad ottenere ben due promozioni negli ultimi tre anni, arrivando fino alla Southern League Premier Division South. In questi anni di difficoltà i tifosi si sono uniti, lavorando sodo per aiutare la propria squadra a risalire in fretta la china: pensate che ogni weekend, al  The Raymond McEnhill Stadium si contano tra i 600 e i 1000 spettatori. Il tutto, per un match di settima lega.

 

Ma torniamo a noi. Il tragico evento che ha sconvolto la città lo scorso marzo, rischia di rovinare la reputazione di un intero popolo, che negli ultimi decenni è stato in grado di rendere Salisbury uno dei luoghi più felici e accoglienti d’Inghilterra. Per paura di essere contagiati e mettere in repentaglio la propria vita respirando il tanto temuto Novichok, turisti e abitanti delle zone circostanti hanno completamente dimenticato l’esistenza della città.

Sono crollate le vendite degli esercizi commerciali, le prenotazioni negli hotel, le presenze nei ristoranti del centro cittadino e, conseguentemente, i tifosi allo stadio. Salisbury è una città sana, nella quale non esiste nessun rischio di contagio, rovinata probabilmente da una paio di delinquenti che, nel tentativo di eliminare due persone specifiche, hanno finito per avvelenare (anche se in maniera più lieve) circa 50 persone. Oltre alla spia russa e alla figlia infatti, quel pomeriggio altre 47 persone hanno dovuto recarsi in ospedale per accertarsi di non aver inalato una quantità esagerata di Novichok e doversi quindi sottoporre a delle cure specifiche.

 

E come nella stragrande maggioranza delle situazioni, a correre in soccorso della città, ci pensa il calcio. A raccontarlo è Steve Claridge, ex giocatore di Portsmouth e Millwall e manager del club sin dalla sua rifondazione.

Sembra che questa città si chiami Novichok. Tutti ne parlano, in un modo o nell’altro. L’unica domanda che mi viene posta è: ‘Sei stato contagiato dal Novichok?’ o ‘Che ne pensi del Novichok?’. A quel punto io rispondo: ‘Possiamo parlare di calcio perfavore?’. Si è venuta a creare una situazione per la quale la gente che viene qui pensa di fare la fine della spia russa. Ma non è così. Non esiste alcun rischio perché la zona del centro cittadino è stata interamente bonificata.

E continua.

Il calcio, qui, ha svolto un ruolo fondamentale. La vicenda ha come unito i cittadini, cosicché nessuno si sentisse lasciato solo. A volte porto i miei ragazzi in qualche ristorante del centro solo per far girare l’economia e supportare i commercianti locali. Non sono tutti così tanto stupidi da dire ‘Li c’è stato il Novichok, non ci tornerò mai più in vita mia’. Dobbiamo essere noi come club calcistico e come punto di riferimento per gli abitanti a ridare un nuovo volto alla città.

 

L’idea generale è che Salisbury si sia conquistata le prime pagine dei giornali un po’ immeritatamente. O meglio, lo ha fatto per le ragioni sbagliate. La città non è pericolosa, né lo sono i suoi abitanti. Anzi: quanto accaduto negli scorsi mesi ha permesso loro di unire le forze per ripartire e lasciarsi alle spalle un episodio che, per quanto singolare, rischia tutt’ora di mettere in ginocchio l’economia di un’intera area del Regno Unito. Sempre che la gente non si dimentichi del Salisbury FC. È lì, che bene o male, si sta provando a  ripartire.