Chi è davvero Dean Smith?

Globali o locali, accattivanti o fedeli, pronti a riempire la rassegna stampa (esiste ancora?) con articoli di giornali di tutto il mondo o con trafiletti asettici da cercare strizzando gli occhi? Il dilemma – se mai c’è stato, in questi termini roboanti – era quello dell’Aston Villa, la scorsa settimana. Nel momento in cui è stato lasciato andare Steve Bruce e per la panchina sono saliti sopra a tutti gli altri i nomi di Thierry Henry e Dean Smith. Come nomi, puri e semplici, non c’era paragone: l’ex campione del mondo, d’Inghilterra e di Spagna, 41 anni, cocco mediatico come pochi, assistente del Belgio ai Mondiali, e l’ex difensore centrale di squadre inglesi mediocri, sei anni più vecchio del francese, pressoché sconosciuto a livello televisivo.

La fortuna dell’Aston Villa, forse anche la fortuna di chi ama un certo tipo di calcio (o quel che ne è rimasto), è stata che a un certo punto Henry si è sottratto al dilemma, accettando l’offerta del Monaco, e Dean Smith, il povero Dean Smith, lo sfigato Dean Smith è davvero diventato il nuovo allenatore del Villa, la squadra di cui è sempre stato tifoso, grazie anche al padre Ron, che al Villa Park ha lavorato come steward per 25 anni e per molti di essi ha accompagnato al suo posto il presidente Doug Ellis, scomparso la scorsa settimana. Smith è nato a West Bromwich, che non è Birmingham ma è Birmingham, magari a seconda dei momenti e delle sensazioni, e dunque la scelta tra le varie squadre locali poteva non essere scontata, non fosse per quel grandioso motore di attrazione – o repulsione, per i ribelli – che era ed è la fede del padre.

E se il club per cui tifare puoi per molti versi sceglierlo, per quello in cui debuttare il discorso non vale. Walsall dista da Birmingham poco più di West Bromwich, sempre in direzione nordovest, ma è già qualcosa di diverso, anche se passandoci ti ricorda cento altre piccole città inglesi nello stesso modo in cui, attraversando rapidamente i capoluoghi di provincia della Via Emilia, i loro centri città, diversissimi, ti sembrano a prima vista tutti uguali.

A Walsall, storicamente, andava e va chi nella cosiddetta Second City e circondario non era bravo al punto da entrare nel settore giovanile del Villa, del Birmingham City, del West Brom, del Wolverhampton. Così fece Smith ormai tanti anni fa, aiutato dalla sorte, sotto forma di un albero genealogico di rilievo: perché il suo primo allenatore fu John Barnwell, ex attaccante poi centrocampista difensivo, che aveva iniziato in panchina aiutando Noel Cantwell, uno dei colossi della storia del calcio inglese del dopoguerra, e di cui pochi purtroppo si ricordano. Cantwell – irlandese dell’Eire – era stato il capitano del West Ham promosso dalla seconda divisione nel 1957-58 e dunque aveva studiato calcio nel cenacolo del manager Ted Fenton assieme ad altri futuri allenatori come Malcolm Allison, John Bond, John Lyall.

Una certa idea di calcio e di come viverlo, influenzata in quel West Ham dai successi di nazionale e squadre di club ungheresi, e volta dunque ad introdurre elementi di maggiore raffinatezza tattica e tecnica: un’idea, annacquata dal tempo e dai tanti passaggi di consegne e arricchita di altri dettagli, che era comunque arrivata a Barnwell (poi, a lungo presidente dell’associazione allenatori) e a Smith, 31 anni dopo quella promozione degli Irons di Fenton. Come difensore centrale, capitano già a 18 anni, 166 partite tra coppe e campionato (terza divisione 1989-90 poi quarta), il passaggio orizzontale all’Hereford United e nel maggio del 1997 addirittura la retrocessione in Non-League, per differenza reti con il… Brighton. Smith però restò in quarta serie passando al Leyton Orient (allenatore Tommy Taylor, ex giocatore – ma tu guarda – del West Ham) e insomma giocò fino al gennaio del 2005, dedicandosi poi allo sviluppo della carriera di allenatore. Che ha avuto inizio all’Orient sviluppandosi poi col ritorno al Walsall e quasi quattro stagioni di crescita: poi il Brentford, che ha aiutato a diventare un club di fascia medioalta in Championship, e ora il Villa.

Preparazione tattica, gestione (pare) coscienziosa del giocatori e tanto carattere. Del resto, così lo descriveva nel 2000 un celebre annuario che pubblicava un dettagliatissimo ritratto di tutti (!) i calciatori delle quattro principali divisioni inglesi:

«In un difficile 1999-2000 per la squadra, Dean Smith ha dimostrato perché è il capitano. Ha dovuto adattarsi a colleghi di reparto [centrale di difesa] sempre diversi ma non ha mai fatto storie e ha continuato a fare il suo lavoro, contribuendo anche con gol importanti».

Insomma, uno vero, uno tosto, magari sfavorito, nell’era dell’immagine, dalla chioma rossastra (‘ginger’) che nel Regno Unito ha sempre portato con sé qualche battutina di troppo: il cosiddetto gingerismo viene a volte addirittura equiparato al razzismo come forma discriminatoria, anche al netto degli inevitabili elogi alla ‘Ginger Mourinho ‘ piovuti anche a Smith. Che torna a casa, ora, anche se in quella casa non ha mai giocato con il Villa né come avversario: ci è però tornato, da tifoso, ogni volta che gli impegni del Brentford non coincidevano con quelli dei Villans, e gli avrà fatto specie sedersi su seggiolini che magari alcuni decenni fa aveva pulito dopo le partite, aiutando il padre nello svolgere il compito.

Ricordi lontani come quello del fantastico titolo vinto dal Villa nel 1980-81: Smith aveva appena compiuto 10 anni e come succede (succedeva?) a quell’età la passione dilagava in mille dettagli quasi fanatici, come imparare a memoria tutti i nomi dei giocatori scesi in campo in quella stagione. Non che fosse particolarmente difficile, visto che le rose erano la metà di adesso e che il Villa utilizzò solo 14 giocatori (!) in tutto il campionato, che all’epoca era a 22 squadre e dunque 42 giornate. Nei giorni scorsi è anche emerso che nel giugno del 1982 Smith bevve un sorso di… qualcosa direttamente dalla Coppa dei Campioni che un panchinaro del Villa aveva ottenuto di poter mostrare agli amici – tra cui il padre di Dean – del pub che era solito frequentare.

Considerato un allenatore col polso fermo ma solo quando non funzionano altri metodi più cordiali, Smith non porta garanzie di successo ma certamente uno stile accattivante, che lo scorso anno ha portato il Brentford ad essere la quinta squadra di Championship per passaggi effettuati, e completati nel 79% dei casi. Si sa di John Terry come suo assistente, assieme al quasi-fedele Richard O’Kelly (tifoso del… West Brom!), e ora non resta che vedere se le sorti del Villa cambieranno.

Ma per chi ha una certa idea di calcio è bello vedere che – dopo Chris Wilder allo Sheffield United – un altro tifoso con le qualifiche giuste va ad allenare la propria squadra, fosse anche per caso, per la rinuncia di Henry, e comunque il gettone alla dilagante globalizzazione calcistica il Villa lo ha pagato assumendo come responsabile tecnico (‘Director of Football’) Jesús García Pitarch, 54 anni. Perché oggi, si sa, se non ha un direttore sportivo spagnolo non sei nessuno, proprio nessuno.