La rinascita di Ross Barkley

Il talento. Maledetto talento. Capita spesso che i calciatori siano addirittura sopraffatti dal talento. Esistono atleti (quantomeno nel calcio) che sono vittime del loro stesso talento: è una loro dote naturale, che difficilmente qualcuno potrà migliorare con gli allenamenti e che il più delle volte crea una sorta di gap-tecnico tra il calciatore in questione e il resto della squadra.

Attenzione però: stiamo parlando di talento. Un giocatore può essere dotato di tutto il talento che vogliamo, ma senza l’impegno, la perseveranza e una buona dose di fortuna (basta un infortunio per rovinare l’intera carriera), non diventerà mai un campione. Questo perché, nel calcio, il talento aiuta ma non è tutto.

Ne sà qualcosa Ross Barkley, un giovane centrocampista trasformatosi in pochi anni da nastro nascente del movimento calcistico inglese a oggetto del mistero per tutti i manager che hanno avuto la fortuna di allenarlo nel corso delle ultime stagioni.

L’involuzione negativa di Barkley inizia all’Everton, club nel quale è cresciuto e grazie al quale ha esordito tra i professionisti, quando una serie sfortunata di infortuni e prestazioni insufficienti lo fanno finire sul fondo della lista delle preferenze di Sam Allardyce. Mesi ingiustificati di panchina e un clima divenuto oramai insostenibile all’interno dello spogliatoio lo forzano a cercare fortuna altrove. L’unica squadra che sembra essere realmente interessata al giovane toffeeman sembra il Chelsea che offre 17 milioni di euro e lo tessera a partire dallo scorso gennaio.

Qui le cose non migliorano per il povero Barkley. Non era lui il giocatore di cui Conte aveva bisogno e per questo motivo il suo utilizzo è sporadico fino al termine della stagione. Una situazione divenuta insostenibile per lo stesso giocatore, che riesce finalmente a vedere la luce fuori dal tunnel con l’arrivo a Stamford Bridge di Maurizio Sarri.

È grazie all’ex allenatore del Napoli se Ross Barkley, oggi, può essere nuovamente considerato come uno dei talenti più puri del calcio inglese. Ma come è riuscito un allenatore alla prima esperienza estera a rivitalizzare un giocatore che sembrava oramai essersi perso definitivamente?

Il tecnico toscano non ha certo la bacchetta magica: parla la stessa lingua dell’allenatore del quale ha preso il posto, non ha vinto nessun trofeo rilevante in vita sua e fino a qualche anno fa il calcio era solito guardarlo dalla tv, con gli amici e senza il benché minimo sentore di come sarebbe cambiata la sua vita da lì a pochi mese.

Sarri ha semplicemente fatto di necessità, virtù. Abramovich non aveva i soldi per comprare più di 1-2 giocatori la scorsa estate, quindi il buon Maurizio ha ben pensato di guardarsi intorno, studiare minuziosamente i giocatori che aveva a disposizione e tentare di recuperare coloro che sembravano ormai non avere futuro.

E Ross Barkley, in questo processo, è stato forse il giocatore che per primo ha attirato le attenzioni di Maurizio Sarri. Il talento c’è, la voglia di fare anche: perché non sfruttarla? Dall’inizio della stagione in poi, l’ex centrocampista dell’Everton non solo ha totalizzato 12  presenze in 13 partite in campionato (e 3 su 3 in Europa League), ma si è riconquistato un posto in nazionale, tornando al gol con una certa regolarità.

Il suo dinamismo, la sua velocità, il fine tocco di palla e la duttilità nell’adattarsi a più ruoli del centrocampo hanno fatto sì che Sarri lo inquadrasse come un jolly del quale non avrebbe potuto mai e poi mai fare a meno. Corsa, aggressione sul portatore di palla, recupero del possesso e ripartenza: nello stile di gioco di Sarri, Ross Barkley è la pedina perfetta. E non a caso, è rinato. 

Gli arrivi di Jorginho e Kovacic sono stati la ciliegina sulla torta, perché non solo danno all’allenatore di avere alcuni dei migliori interpreti in circolazione per la sua personalissima idea di calcio, ma sono un valore aggiunto in un centrocampo dove Kanté e il ritrovato Barkley riescono già a fare la differenza. L’ex Everton ha avuto il merito di non smettere di crederci, di continuare a lavorare e non abbassare mai l’attenzione, nonostante gli infortuni e gli allenatori che avevano in mano le chiavi del suo destino non lo prendessero nemmeno in considerazione.  

Buon per Sarri, buon per il Chelsea, buon per l’Inghilterra. Un talento ritrovato non può essere, e non sarà mai, una brutta notizia.