Chi è il norvegese con l’accento mancuniano che vuole dettare legge a Old Trafford?

È finita come doveva finire. Tre anni e un giorno dopo il suo ultimo esonero, quello patito alla guida del Chelsea dopo la sconfitta contro il Leicester dei miracoli di Ranieri, José Mourinho non c’è più. Colpa di un inizio di stagione pessimo, il peggiore degli ultimi 28 anni, che vede il Manchester United al sesto posto in Premier League con 26 punti in 17 partite, più vicino al fondo della classifica che ai primi due posti occupati dai rivali per antonomasia, ovvero il Liverpool e il Manchester City.

Potrebbe sembrare una catastrofe: invece i tifosi più saggi sanno che questa è un’occasione irrinunciabile, non solo per risollevare le sorti di una stagione fino a qui fallimentare, ma soprattutto per un cambio di rotta drastico nella gestione della società. E non è un caso che i vertici di Old Trafford abbiano deciso di mettere al timone del risorgimento fai-da-te un personaggio che fa parte del folklore del club, un individuo che vive e respira l’aria di Carrington ogni giorno, come se non se ne fosse mai andato.

Ole Gunnar Solskjær, “l’assassino con la faccia da angioletto”, oltre a essere una leggenda dello United, è la scelta ovvia per traghettare il club di Old Trafford fino alla fine della stagione. E non saranno tanto i risultati a contare quanto l’atmosfera che si respirerà intorno alla società. Eh sì, perché Solskjær non è soltanto l’uomo simbolo del miracolo di Barcellona, quella Champions vinta dallo United nel 1999 con due gol nei minuti di recupero (il cosiddetto “Fergie time”). Ciò che il Manchester United significa per Solskjær, e Solskjær significa per il Manchester United, va ben al di là della storia di un gol.

È impossibile descrivere l’idolatria e l’affetto del norvegese per lo United. Lui, come i vari Giggs, Scholes, Butt e Carrick, incarna lo stile di vita della sponda rossa di Manchester, un signore che ancora si riferisce a Sir Alex Ferguson come “il boss” e a Old Trafford come “casa”. Forse, però, l’amore incondizionato del norvegese per lo United si può riassumere in un unico, indimenticabile aneddoto.

È il 1998, il Manchester United è impegnato in casa contro il Newcastle e gli serve almeno un pareggio per restare in lotta per il titolo con l’Arsenal. Nell’ultimo minuto, i Red Devils si aprono a un contropiede che vede Robert Lee volare da solo verso Schmeichel. Solskjær, con uno sprint da centometrista, si fa tutto il campo e falcia Lee, prendendosi un rosso sacrosanto ma impedendo al suo avversario di segnare. Si beccò due giornate di squalifica, ma l’applauso che lo accompagnò fuori dal campo fu qualcosa di epico, e ancora oggi considerato come un esempio di come il norvegese abbia sempre messo gli interessi del club sopra quelli di se stesso.

E quindi, la scelta di Woodward e soci diventa chiara: c’è bisogno, ora più che mai, di restituire ai tifosi il “feel-good factor”, lo spirito che aleggiava nel club ai tempi di Sir Alex, ma soprattutto un’identità, qualcosa con cui anche i tifosi più accaniti dello Stretford End possano sentirsi connessi a livello emotivo, più che sportivo.

Quando Solskjær entrerà nel girone dell’inferno chiamato Carrington e dirigerà il suo primo allenamento da successore di Mourinho, i giocatori si renderanno conto di una grossa differenza tra i due: la missione del norvegese è quella di costruire ed esaltare i suoi giocatori, non di abbatterli e distruggerli. Lui, da tre stagioni tecnico del Molde, altra sua ex squadra, si è costruito una reputazione nella sua nativa Norvegia dando spazio ai giovani e credendo nei propri talenti. E anche se a volte le sue abitudini da manager passarono per stravaganti, la verità è che funzionano.

Per esempio, la sua tendenza a paragonare la sua rosa al Molde con le leggende del Manchester United diventò un motivo di sfottò per le altre tifoserie. Nel 2012, il tecnico descrisse la punta Erling Braut Håland come un giovane Romelu Lukaku, e disse che i veterani Magne Hoseth e Daniel Berg Hestad erano i suoi Giggs e Scholes. Quando il Rosenborg si assicurò i servizi di Nicklas Bendtner nel 2017, Solskjær disse che non avrebbe scambiato Björn Bergmann Sigudarson per nessun altro giocatore in Norvegia, aggiungendo anche che “magari non avevano uno Steve Bruce o un Eric Cantona” ma almeno avevano lui. L’islandese rispose segnando 16 gol in 27 partite. Chi avrebbe mai detto che elogiare i propri giocatori in pubblico avrebbe portato i suoi frutti?

È proprio questo che i vertici dello United vogliono testimoniare. Un cambio di rotta drastico, un passaggio di potere, una virata decisa dalla negatività di Mourinho – una cultura fatta di accuse e basata su capri espiatori – alla positività di Solskjær: unità, dedizione, lavoro di squadra, ma soprattutto consapevolezza di cosa vuol dire lottare per i colori del Manchester United – cosa che, negli ultimi due anni e mezzo di regno lusitano, molti giocatori hanno saputo dimenticare. Con una leggenda del club come Solskjær al comando, affiancato un personaggio di esperienza come Mike Phelan (ex assistente di Sir Alex), è già l’ora di una nuova alba ad Old Trafford. Che sia solo una traghettatura e non un nuovo ciclo non si sa, ma di sicuro i leoni di Manchester si risveglieranno dal letargo. E a quel punto, per vincere serviranno meno gol al novantesimo. Forse.

A cura di Tommaso Fiore