Che fine ha (già) fatto l’invasore del derby di Birmingham?

Un gesto stupido, sicuramente evitabile, che rischia di rovinare per sempre la sua vita. L’intento era quello di fare invasione di campo e animare un po’ il pubblico, conscio del fatto che sarebbe comunque stato preso e portato in custodia, ma l’impeto di aggredire alle spalle Jack Grealish lo ha colpito all’improvviso, senza una motivazione ben precisa.

Queste le parole pronunciate oggi da Paul Mitchell, il ragazzo di 27 anni che ieri è diventato famoso in tutto il mondo per l’invasione durante il Derby di Birmingham e successivo pugno sferrato del capitano dell’Aston Villa, nel tribunale che lo ha visto processato per direttissima con l’accusa, tra le altre, di aggressione aggravata e ingiustificata.

Se da una parte ad andarci pesante è stato il Birmingham City, che ha annunciato di aver già ritirato l’abbonamento al signor Mitchell e aver emesso un ban a tempo indeterminato nei suoi confronti, per quanto propenso a punire il tifoso reo confesso, il giudice gli comminato una condanna a 14 settimane di reclusione e il pagamento di una multa di 150 sterline a Grealish, per il danno e il dolore causati.

In molti si aspettavano una pena assai più severa ma l’assenza di precedenti e soprattutto la caratura sociale dell’individuo hanno fatto sì che la condanna non fosse poi così pesante. Mitchell, infatti, nonostante i 27 anni di età, è già sposato, ha un figlio e la moglie risulta in dolce attesa del secondo genito.

Non solo: è (o meglio, era) il manager di un pub situato nella periferia di Birmingham e non avendo mai avuto a che fare con la giustizia, vista e considerata l’ammissione di colpevolezza e il rimorso dimostrato, poco più di 3 mesi di reclusione sembrano più che sufficienti per fargli capire l’inutilità e la gravità del gesto del quale si è reso protagonista.

Il fatto, se vogliamo, più grave è stato l’obbligo da parte della famiglia di lasciare casa e trasferirsi momentaneamente fuori città per paura di ripercussioni da parte di alcuni tifosi, visto che la copertura mediatica dell’avvenimento ha di fatto sbattuto il volto dell’aggressore sulle prime pagine di tutti i quotidiani e tg nazionali.

L’invasione di campo di Mitchell è stata solo una delle tre invasioni che hanno messo in imbarazzo la sicurezza di alcuni stadi britannici: prima di lui era stato un tifoso dell’Hibernian ad aggredire un giocatore dei Rangers di Glasgow nell’anticipo del venerdì, mentre ieri pomeriggio un “tifoso” dell’Arsenal ha invaso il campo dell’Emirates Stadium per spintonare e colpire il difensore del Manchester United Chris Smalling.

Sebbene molti si domandino come possa “il modello inglese” rappresentare una fonte d’ispirazione, è importante far notare come la gestione di queste fatalità e di questi eventi siano i veri punti di forza di un sistema improntato anche e soprattutto sulla sicurezza e, al contempo, la valorizzazione dei tifosi.