Jordan Henderson e il lavoro più difficile del mondo

Il Liverpool Football Club ha vinto la Barclays Premier League. Parole che nessuno di noi ha mai potuto leggere nella stessa frase e che quest’anno, come pochissime altre volte in passato, potrebbero finalmente dominare le prime pagine dei giornali. L’ossessione che i tifosi del Liverpool vivono nei confronti della Premier League è difficile da capire finché non lo si vive dal suo interno. Liverpool è una città che vive di calcio e che grazie al calcio ha avuto modo di farsi conoscere in tutto il mondo.

Una città divisa in due dalla fede dei suoi abitanti, che si spartiscono l’amore per l’Everton e il Liverpool in maniera più o meno equa e che per un motivo o per l’altro vivono questo periodo storico in maniera totalmente differente. O meglio, la metà Blu della città vive grazie anche al supporto di tutto il resto dell’Inghilterra. Sì, perché oltremanica sono davvero pochi i tifosi “neutrali” che nella lotta al titolo tra Manchester City e Liverpool vorrebbero vedere trionfare i Reds. Perfino il City dei petroldollari, che grazie agli sceicchi è risorto dall’aldilà e si prepara a dominare la scena calcistica inglese per molti anni, viene preferito a una squadra che nel bene o nel male ha scritto pagine indelebili della storia del calcio britannico e mondiale.

I motivi sono molteplici: Liverpool è una città detestata dal punto di vista sociale e culturale. È una città che vive di luce propria e che con il tempo si è “isolata” dal resto d’Inghilterra. E con lei, è cresciuta una nuova generazione di tifosi: passionali (a volte troppo, per alcuni), politicamente scorretti e spesso esagerati nei modi e nelle esultanze. Tutto questo insieme di fattori, ha fatto sì che a tifare Liverpool siano soltanto i tifosi del Liverpool. Non uno di più (almeno in Inghilterra).

Essenzialmente, solo i tifosi del Liverpool vogliono che il Liverpool vinca la Premier League, anche a discapito di una batosta in campo europeo con il più modesto Porto o l’eliminazione dalla Champions League prima della finale. La percezione, parlando con i tifosi dei Reds, è proprio questa: la competizione europea per eccellenza, che in passato ha regalato più di qualche gioia al glorioso club del Merseyside, sembra essere diventato una sorta di torneo amichevole estivo. Della serie: dalla Champions League puoi uscire o meno ma non puoi permetterti di farti scappare la Premier League.

Non si legge la parola “Campioni” affiancata nella stessa pagina di giornale a uno dei due club di Liverpool dalla stagione 1989-1990, anno in cui i Reds conquistarono il titolo battendo la concorrenza dell’Aston Villa. Da quel momento sono passati quasi 29 anni. Tanti, troppi per un club che ha fatto delle vittorie e dei successi un proprio cavallo di battaglia.

Ebbene, in tutto questo tempo di cose a Liverpool ne sono cambiate tante, tantissime. Anfield è stato ristrutturato, i vertici dirigenziali sono cambiati, giocatori e allenatori sono cambiati ma soprattutto sono cambiate le gerarchie. Dopo anni, infatti, Steven Gerrard ha lasciato Liverpool per concludere la sua carriera oltre oceano e iniziare poi una nuova avventura come allenatore. La domanda che, a questo punto, sorge spontanea è: chi ha preso il suo posto e perché?

Un giocatore, effettivamente, c’è. Si chiama Jordan Henderson, ha 29 anni ed è cresciuto nel settore giovanile del Sunderland. Dopo una breve esperienza nel Coventry City, si trasferisce ad Anfield nel 2011, quando Gerrard è ancora il capitano e da quelle parti giocano ancora calciatori del calibro di Dirk Kuyt, Daniel Agger, Raheem Sterling e Maxi Rodriguez. In quell’ambiente lui cresce, forgia il suo carattere e matura fino a quando nel maggio del 2015 se ne va anche il Grande Capitano. È a quel punto che lo spogliatoio decide che il suo erede sarebbe stato proprio quel ragazzino esile arrivato dal nordest dell’Inghilterra ed entrato nel tempo di Anfield in punta di piedi solo 4 anni prima.

In poco tempo ha dimostrato la maturità necessaria per poter guidare lo spogliatoio ed essere il leader di una squadra che sogna di tornare ai fasti di un tempo e dominare con continuità a livello nazionale ed europeo. Per Henderson però, insieme alla fascia arrivano anche le responsabilità. Le luci dei riflettori sono tutte su di lui, i media si concentrano sulle sue prestazioni e il peso di essere il capitano del Liverpool comincia a farsi sentire.

Henderson è tutt’ora criticato da molti, nonostante in questi anni abbia guidato i compagni a due finali europee. Il suo stile di gioco non fa impazzire, secondo alcuni esperti del settore si limita a fare “il compitino”, non osa quasi mai e spesso si fa vivo solo quando è obbligato, ovvero nei colloqui con l’arbitro o ai microfoni dei giornalisti nei post gara.

Ma al netto delle polemiche sul suo conto e le critiche di media e tifosi, Jordan Henderson rimane il capitano del Liverpool. E lo è non solo quando la squadra vince. Venerdì sera ha segnato dopo un lungo digiuno e si è subito portato le mani dietro le orecchie. Voleva sentire ancora una volta la voce di chi lo ha criticato e lo ha sempre ritenuto un intralcio alla crescita dei Reds, sia dal punto di vista tattico che da quello del collettivo. Qualche secondo dopo il gol (e il gesto delle mani dietro le orecchie) è tornato in sé, ha urlato verso il cielo tutta la sua rabbia e si è preso l’abbraccio dei compagni. Era solo il gol del 3-1 sul campo di una squadra che lotta per non retrocedere ma per lui e tutti coloro che dipendono dal Liverpool, ha rappresentato un altro passo verso la gloria.

Del resto, è il primo capitano del Liverpool dopo Steven Gerrard. E in ambito sportivo, siamo sinceri, non ricordiamo un lavoro, una responsabilità e un impegno così duri e così complicati.