West Ham – Castilla, la partita di cui nessuno doveva sapere niente

Nell’era in cui le televisioni riescono persino a penetrare negli spogliatoi e spiare i giocatori prima delle partite, spesso la domanda che inconsciamente ci poniamo e relativa a un altro tipo di questione: cosa succedeva all’interno di quelle quattro mura negli anni 80 e 90 quando gli allenatori non permettevano a nessuno se non ai propri giocatori di entrare o poter anche solo aprire bocca? A Liverpool, per esempio, vive ancora il mito della Boot Room, quella stanza adiacente allo spogliatoio dove mostri sacri del calibro di Bill Shankly e Bob Paisley si sedevano per discutere con i propri collaboratori sulle tattiche da adottare o confrontarsi sugli errori dopo una sconfitta all’ombra di una calda tazza di tè. Uno spazio piccolo ma privato, dentro al quale, si dice, siano nate le vittorie del Liverpool a cavallo tra gli anni 60 e 80.

E a proposito di anni 80 e di porte chiuse, come dimenticare la notte in cui ad Upton Park, vecchio stadio di casa del West Ham United, si giocò una partita fantasma della quale nessuno era tenuto a sapere nulla? Erano gli anni del dominio inglese in Europa, degli hooligans e delle loro stragi, delle squalifiche e delle prime partite a porte chiuse o dell’esclusione delle squadre dalle competizioni europee a causa delle intemperanze dei propri tifosi.

Gli Hammers, che nel bene o nel male deve molta della sua fama all’hooliganismo, furono una delle prime squadre ad essere punita dalla UEFA. Tutto è riconducibile a una delle partite del primo turno di Coppa delle Coppe del 1980, giocatasi a fine settembre tra Castilla Real Madrid e, appunto, West Ham United. La partita d’andata, giocata al Santiago Bernabeu di Madrid, fu una vera e propria battaglia, sia in campo che fuori.

Al vantaggio di David Cross nel primo tempo, gli spagnoli reagirono d’orgoglio, annichilendo gli avversari nella ripresa e conquistando un preziosissimo 3-1 in vista della partita di ritorno. Sugli spalti, invece, le cose andarono di male in peggio. In seguito ad alcuni scontri creatisi tra inglesi e spagnoli, la Guardia Civil (polizia spagnola) cacciò ben 50 tifosi del West Ham dallo stadio. Una situazione che peggiorò con il passare dei minuti e che portò alla morte di un tifoso inglese all’esterno dello stadio a causa di un urto fortuito contro un bus in corsa.

La mano della UEFA si fece sentire da subito: il West Ham avrebbe dovuto giocare le due successive gare casalinghe europee ad almeno 300km di distanza dal loro stadio di casa. Una decisione ritenuta fuoriluogo dal club, che fece immediatamente appello nonostante il Sunderland si offrì di ospitare il match di ritorno. L’appello fu accolto e fu tramutato in un paio di match da giocarsi ad Upton Park ma a porte chiuse.

Fu così che, due settimane più tardi (il 1° ottobre), ad Upton Park erano presenti i giocatori del West Ham, i giocatori del Castilla e 70 delegati per ogni squadra furono ammessi all’interno dell’impianto, compresa la terna arbitrale e gli addetti alla sicurezza. Alla fine furono registrati 262 spettatori, nessuno di loro pagante. Fuori dallo stadio, oltre 500 poliziotti avevano circondato Upton Park per evitare ad eventuali facinorosi di sfogare la loro rabbia scavalcando le recinzioni ed entrando comunque allo stadio.

Uno dei problemi principali era dovuto al fatto che, oltre ai tifosi, nemmeno le telecamere erano ammesse all’interno dello stadio. Per questo oltre alle urla dei giocatori, non era possibile sentire un singolo suono pervenire da dentro lo stadio. Nessuno sapeva nulla. Il West Ham aveva vinto o perso? Era stato eliminato o aveva progredito? I tifosi potevano festeggiare o meno?

Fu per questi motivi che David Cross, dopo aver segnato una tripletta e permesso ai compagni di battere per 5-1 il Castilla, con ancora addosso la divisa ufficiale, si precipitò fuori da Upton Park per comunicare ai presenti la notizia della vittoria e del passaggio del turno. In pochi minuti si sparse la voce in tutto il quartiere e le strade di Upton Park furono invase da centinaia di supporters in festa.

Anche e soprattutto per questo fatto la partita viene ancora oggi ricordata come “la partita fantasma”, perché nessuno, eccetto giocatori e dirigenti, era tenuto a sapere com’era finito il match.