From the Stands – Fino a quanto può costare un caricatore portatile?

La finale di Champions League non è solo l’evento più atteso del calcio mondiale, bensì il sogno di un qualsiasi giocatore professionista, che spera, un giorno, di potersi giocare l’ambitissimo trofeo con addosso la maglia della sua squadra del cuore. Come in qualsiasi competizione o partita, però, a sperare, soffrire o gioire nel corso di quei 90 minuti sono anche e soprattutto i tifosi, costretti nella maggior parte dei casi a fare sacrifici enormi pur di assistere ad un match della propria squadra.

Quando si parla di competizioni internazionali, poi, lo sforzo del tifoso è ancora maggiore: all’acquisto del biglietto per l’evento, che nella maggior parte dei casi è tutto fuorché economico, vanno aggiunte le spese relative al viaggio e quindi il pernottamento del volo, dell’alloggio e dei vari spostamenti.

In occasione della finale tra Liverpool e Tottenham, abbiamo scelto di rimanere a Madrid per ben 5 giorni. Volevamo capire come una città come quella spagnola si fosse preparata ad accogliere oltre 50 mila inglesi e come, al di là dell’evento in sé, la moltitudine di persone di fede calcistica differente sarebbe stata in grado di andare d’accordo e creare un clima di festa. Siamo stati sorpresi nel vedere tifosi di Liverpool e Tottenham mangiare, bere, ridere e cantare insieme, come del resto ci ha sorpreso vedere tifosi di Ajax, Juventus, Barcellona e Atletico Madrid partecipare alla festa, camminando per le strade della capitale spagnola spalla a spalla con i “rivali” (sportivi, s’intende), condividere con loro qualche sana risata e godersi l’atmosfera che solo un evento come la finale di Champions League può ricreare.

Tutto è andato secondo i piani. Tutto, o quasi, oseremo dire. La polizia spagnola ha dato la caccia ai bagarini, arrestando oltre 20 persone accusate di rivedere a prezzi esorbitanti i biglietti per la finale, ha sequestrato decine di tonnellate di materiale contraffatto e non originale (dalle magliette alle sciarpe, fino a semplicissimi gadget) e in alcuni casi ha punito, in maniera forse troppo severa, quei tifosi che a causa di qualche bicchiere di troppo, si erano rivelati molesti nei confronti di passanti, turisti e abitanti della zona. Del resto, era difficile immaginare che tutto sarebbe filato per il verso giusto, sebbene le paure relative all’ordine pubblico e alle possibili tensione tra le due fazioni di tifosi, si sono rivelate del tutto infondate.

A sorprendere, in negativo, è però la storia di Jemma Banfield, una giovane tifosa del Liverpool, arrivata a Madrid il giorno prima della finale per assistere al match insieme ad un gruppo di amici. Munita di biglietto e visibilmente agitata nell’assistere alla sua prima partita del Liverpool al di fuori dei confini nazionali inglesi, si è recata allo stadio con largo anticipo, con l’obiettivo di godersi lo spettacolo in totale tranquillità. Quanto accaduto nelle fasi di prefiltraggio, però, ha dell’incredibile.

Dopo aver superato i primi due controlli, Jemma è stata bloccata da una steward per un terzo e ultimo controllo prima di entrare definitivamente al Wanda Metropolitano. Con sua grande sorpresa e dopo aver superato senza problemi i precedenti controlli, alla 25enne è stata negata la possibilità di accedere allo stadio insieme al suo caricatore portatile (o powerbank che dir si voglia), in quanto possibile oggetto atto ad offendere. Come molti dei suoi compagni di viaggio, la povera Jemma voleva assicurarsi di non rimanere senza batteria e poter così immortalare i momenti più belli della serata e condividerli poi con genitori e amici una volta rientrata in patria. Anche perché, parliamoci chiaro, che senso avrebbe acquistare un caricatore portatile, arrivare allo stadio con poca batteria, e poi lanciarlo in campo tentando di colpire un avversario? A chi diavolo vengono in mente castronerie di questo tipo? Ma soprattutto, siamo davvero arrivati al punto in cui oggetti chiaramente fondamentali come un powerbank vengano trattati come “armi” (perché di questo si tratta quando si parla di oggetto atto ad offendere)? Nell’immaginario collettivo, quante sono le probabilità che una ragazza di 25 anni, alla sua prima trasferta europea, eccitata nell’assistere alla partita più importante della stagione e speranzosa di vedere la sua squadra diventare campione d’Europa, lanci in campo un caricatore portatile sperando di colpire un giocatore del Tottenham?

Al netto delle risposte a queste lecite domande, è incredibile leggere quanto accaduto alla ragazzina inglese una volta che il caricatore le era stato ritirato dalla polizia: recatasi dal capo della sicurezza per chiedere informazioni relative a come e quando avrebbe potuto recuperare l’oggetto al termine della partita, Jemma è stata presa con forza da due agenti che l’hanno trascinata fuori dallo stadio e le hanno intimato di andarsene. Ma come. Una ragazza munita di regolare biglietto, viene espulsa dallo stadio per aver fatto una semplice domanda?

Sembra incredibile, ma non è finita qui. Una volta ricacciata all’esterno del Wanda Metropolitano, Jemma ritenta. Vuole entrare allo stadio, con o senza il suo caricatore portatile. Fa la fila, supera i primi due controlli ma una volta arrivata al terzo filone di steward, viene riconosciuta dal capo della sicurezza, le viene ritirato e strappato il biglietto e viene ricacciata fuori dalla polizia, che nel strattonarla la fa anche cadere a terra. A quel punto Jemma va nel panico. Non ha più il biglietto, è rimasta sola e manca poco più di un’ora all’inizio della partita. L’unica soluzione che le viene in mente, per evitare di essere arrestata, è quella di tornare verso il centro di Madrid e provare ad assistere alla partita in un pub, insieme alle migliaia di tifosi rimasti senza biglietto.

Una storia, quella di Jemma, che dovrebbe far riflettere non solo la UEFA, che dovrà rispondere alle domande della tifosa ed è già stata interrogata dal Liverpool per capire come sia stato possibile che a un tifoso munito di biglietto sia stato negato l’accesso per un motivo così futile, ma anche e soprattutto gli organi adibiti alla sicurezza di questi eventi. È chiaro che gestire così tante persone e le relative problematiche, non è un compito facile per nessuno, ma è normale che la polizia della capitale spagnola, in uno stadio abituato a grandi eventi e a grandi flussi di pubblico come il Wanda Metropolitano, gestisca in maniera così infantile e con così tanta leggerezza un problema come quello di Jemma? Com’è possibile che un paio di persone, solo perché non in grado di gestire la pressione, possano rovinare la serata a una giovane tifosa che altro non voleva se non assistere alla finale di Champions League della sua squadra del cuore?

Nei tre giorni passati a Madrid non abbiamo visto, assistito o vissuto in prima persona nessun tipo di problema, anzi. Abbiamo ascoltato storie di giovani, anziani, adulti e bambini che pur di essere lì avevano sacrificato tempo con le loro famiglie e risparmi personali. Avevano fatto di tutto pur di godersi il clima offerto da un evento così importante e da una delle città più belle del mondo.

Chi ha dato quindi la licenza a queste persone di comportarsi in questo modo e assumersi poteri e responsabilità che altrimenti nessuno, nemmeno i loro superiori, gli avrebbe mai dato (vedi lo strappare il biglietto e trascinare con forza una ragazza indifesa causandole più di qualche abrasione)? Purtroppo non abbiamo e non avremo mai risposte certe a queste domande, ma speriamo che quantomeno la UEFA possa rispondere ai quesiti di Jemma, sebbene nessuno potrà farle rivivere il trionfo del Liverpool nella finale di Champions League.