Umbro, il diamante del calcio inglese (e mondiale)

Altro che il triangolino celebrato in una memorabile canzone di Elio e Le Storie Tese. A noi, a molti, a moltissimi, esalta un rombo, figura geometrica altrettanto semplice che della sua semplicità ha fatto una bomba di stile e immagine. Umbro per moltissimi di noi è il calcio, e specialmente il calcio inglese, anche se la sua storia racconta di una varietà e un’estensione territoriale davvero invidiabili, già in un’epoca in cui non era immediato guardare oltre i propri confini.

Attenzione però: avete presente quando in Italia si dice che una squadra gioca con il ‘rombo’ a centrocampo, ovvero un uomo davanti alla difesa, due ai suoi fianchi e uno un po’ più avanti? Bene, in inglese si usa invece ‘diamond’, diamante, e Double Diamond è in realtà l’appellativo corretto del logo della Umbro, più del rombo che è la figura geometrica per noi italiani più facile da menzionare. Come per noi italiani, tanti anni fa, è stato facile andare in confusione vedendo quel nome che pareva ‘nostro’ ma nostro non era, perché poi si scopriva che non era altro che la fusione – persa l’h – delle prime lettere di Humphreys Brothers, i fratelli Wallace e Harold Humphreys che il 23 maggio del 1924 fondarono l’azienda. In un posto chiamato Wilmslow, nella contea del Cheshire, e senza volerlo anticiparono i tempi, come fecero su altri fronti. Wilmslow infatti è a circa 18 chilometri da Manchester e all’epoca era solo un pittoresco villaggio, ma ora è parte del cosiddetto triangolo d’oro di località nelle quali risiedono i benestanti di Manchester, tra cui tantissimi calciatori nonché Alex Ferguson, l’ex allenatore dello United.

Un epicentro del football ante litteram, per un’azienda che ha fatto la storia anche quando non si vedeva. Perché la Umbro vestì le squadre della finale di FA Cup del 1934, Manchester City e Portsmouth, aggiungendo poi altre squadre come lo United, il Blackpool, il Tottenham Hotspur, lo Sheffield United, il Preston North End, ma erano tempi in cui non il rombo/diamante non poteva comparire sulle divise per cui si trattò del trionfo della sostanza sull’immagine, della qualità sull’apparenza, tutti concetti che servirono ad aprire canali verso oltre 5000 club, ancor più dopo la svolta dei primi anni Trenta, quando la consegna delle divise venne garantita nell’arco di un massimo di 48 ore. Un momento di difficoltà fu quello della Seconda Guerra Mondiale, per via dell’ovvio crollo degli ordini sul piano sportivo ma la bravura di Harold Humphreys di aggiudicarsi importanti contratti con le forze armate per la produzione di divise militari e interni dei bombardieri Lancaster permise all’azienda di sopravvivere e presentarsi agli anni Cinquanta con la voglia di vivere, di rinascere, di prosperare tipica di chi il conflitto mondiale  era riuscito a superarlo.

E la qualità tornò presto a pagare, qualità che doveva essere esagerata se Umbro vestì il Brasile campione del mondo 1958 e del 1962 e otto anni dopo, ai Mondiali inglesi, fece altrettanto con 15 delle 16 nazionali partecipanti. Mancava solo l’URSS, e fu un mezzo caso: prima ancora della fine delle qualificazioni, infatti, John Humphreys, figlio di Harold, aveva scritto alle ambasciate inglesi delle nazioni che più probabilmente avrebbero giocato i Mondiali, e nel dicembre del 1965 era partito per una specie di giro del globo che si era concluso con il contratto con tutte le partecipanti. Fiero di quello che all’epoca era stato un trionfo sul piano progettuale e gestionale, aveva posato per la stampa sulla pista dell’aeroporto di Manchester, in mezzo a 16 valigette, ognuna con indosso la divisa di una delle qualificate.

Alla prima partita del 1966, però, l’URSS scelse di non indossare il completo che aveva ricevuto da contratto, senza un motivo valido. Poco male, visto che ne restavano 15 e tra queste ovviamente l’Inghilterra campione: grazie ad un altro colpo di John, che prima di girare il mondo per chiudere tutti quei contratti aveva convinto la Football Association a ridargli l’esclusiva, togliendola dopo cinque anni alla Bukta, curiosamente la ditta nella quale alcuni decenni prima aveva iniziato a lavorare Harold. La foto di Bobby Moore che solleva la Coppa del Mondo sostenuto da Geoff Hurst e Ray Wilson è tra le più celebri della storia del calcio e i suoi protagonisti dunque indossano Umbro, anche se nemmeno qui lo si nota, per l’assenza di loghi sulle maglie. Dietro le quinte però tutti sapevano chi le avesse fornite e sui giornali la Umbro continuò ad avere pagine pubblicitarie molto efficaci per lo stile dell’epoca: parole semplici, efficaci, con la descrizione dei prodotti e l’apertura all’acquisto da parte di club di ogni livello, secondo un modello poi ripreso da tutti.

Dal 1958 inoltre l’azienda aveva fatto un altro passo innovativo, con il cosiddetto Soccerset, primo esempio al mondo di divise in vendita per tifosi, anche se in quel periodo si pensava soprattutto ai bambini: a nessun adulto del resto sarebbe venuto in mente di indossare nel tempo libero, o allo stadio, la maglia della propria squadra. E valeva anche per quella della nazionale inglese, che continuò a vestire Umbro fino al 1974, comprese le memorabili maglie traforate dei Mondiali messicani del 1970, per poi riprendere nel 1984, con un contratto inizialmente quinquennale da un milione di sterline.

Come ha scritto Chris Hunt in una interessante articolo pubblicato dal mensile FourFourTwo nel 2009, la Umbro aveva fatto tesoro dell’esperienza del 1974 quando la Admiral era riuscita ad ottenere il contratto garantendo alla FA 15.000 sterline oppure – se maggiore – il 10% sulle vendite di maglie: fino a quel momento club e nazionali avevano pagato le divise secondo prezzi da listino (il famoso catalogo chiamato ‘Umbrochure’, tanto per ribadire l’affetto per la fusione tra parole) e non avevano avuto nulla in cambio, perché la Umbro e le rivali non avevano mai reso pubblico il fatto che le fornissero a questa o quella. Era tutta pubblicità indotta, indiretta: e nel 1934 era stato addirittura il manager del Manchester City Wilf Wild, dopo quella finale di FA Cup, a ringraziare pubblicamente la Umbro per la qualità, la comodità e l’eleganza, ed era tutto giusto al cento per cento.

Ma nel momento del contratto del 1984 con la FA era caduto da anni il divieto dei loghi sulle maglie, per cui tutto il mondo aveva imparato ad apprezzare direttamente, visivamente, lo stile e la bellezza di certe divise e a identificarle con il produttore già dal marchio, e non solo dai testi dei cataloghi. Quella dell’Inghilterra, ad esempio, ma anche già qualche anno prima quella della Scozia, che prese parte a a cinque Mondiali consecutivi ma non ebbe mai tanto stile quanto ne mostrò nel 1978 in Argentina: era l’epoca, diffusa anche alle squadre di club vestite dalla Umbro, in cui il rombino compariva in serie anche nella striscia sulle maniche, creando un’istantanea stilistica che i fortunati che all’epoca c’erano ricordano ancora con affetto. Solo il Liverpool di quel periodo, conquistatore d’Europa nel 1977, 1978 e 1981, non portò le righe sulle braccia, ma la sua cifra stilistica resta indimenticabile per l’eleganza di una divisa che ha fatto epoca, così come chi la indossava.

E quando non erano lungo le maniche, i rombi comparivano alla fine, sui bordini, come nella storica maglia dell’Inghilterra 1990, anno ed edizione dei Mondiali che segnarono lo spartiacque nella vicenda del calcio inglese, che da quel momento smise di essere una passione per violenti, come era stata dipinta per oltre un decennio, e tornò ad essere amore per una nazione, e in queste circostanze indossare una maglia nella vita di tutti i giorni non era più esecrabile ma simbolo di attenzione allo sviluppo dei tempi. Un’occhiata a quelle maglie fa capire intanto che Umbro non solo è stata per decenni il simbolo dello stile e della costanza estetica, ma anche dell’innovazione: basti pensare a certe divise, soprattutto da trasferta, come quella del Celtic anni Novanta, variegate e iconoclaste ma adattissime alla moda e alla sensibilità di quel periodo.

Perché il bello della Umbro del calcio moderno è che le maglie sono splendide da vedere dalle tribune, per la macchia di colore che danno, ma anche da scrutare da vicino per i dettagli: quella che da lontano è tinta unita si trasforma, all’occhio attento, nella somma di piccoli effetti grafici di alta cura, come dimostra ancora la maglia dell’Inghilterra dei Mondiali 1990, quella del Manchester United blu con il profilo nero del logo del club ad occupare quasi tre-quarti dello spazio frontale, le maglie psichedeliche da portiere e decine di altre che hanno fatto epoca.

Una strada aperta, quella della tinta unita che in realtà nasce da un mosaico di piccole tinte diseguali, e che ha tenuto Umbro all’avanguardia anche quando l’apertura del mercato alle multinazionali ha fatto diminuire il suo impatto singolo. Dopo un passaggio sotto Nike, dal 2013 è parte del gruppo Iconix e la spinta è ripresa su tutti i fronti, compreso quello delle calzature da gioco nel quale l’azienda originale era entrata, di botto, nel 1986, dopo aver distribuito dal 1958 quelle dell’adidas. E oggi divise, abbigliamento per il tempo libero, un’attenzione a settori specifici e una notorietà iconica per più generazioni di appassionati di sport e stile.

E se il marketing dei preziosi ci ha insegnato che un diamante è per sempre, figuriamoci un doppio diamante.