La triste fine del Bury Football Club

In molti continuano a chiedersi se sia davvero possibile che una società fondata nel 1885 e passata alla storia per aver mantenuto a lungo lo status di “professionista”, evitando retrocessioni nei meandri del dilettantismo, possa sparire nel nulla. All’ora di cena del 22 agosto prossimo, infatti, il Bury Football Club potrebbe dissolversi nel nulla, nella più totale e generale indifferenza, lasciando decine di migliaia di tifosi con l’amaro in bocca e quella strana sensazione di non aver fatto nulla per salvare il proprio club dall’estinzione.

Eppure, i tifosi sono solo una delle parti lese di questa situazioni, impossibilitati ad agire e costretti a osservare da spettatori lo scempio al quale il loro club sta andando in contro. Ma andiamo con ordine. Nell’estate del 2004, il Bury entra in amministrazione controllata a causa di alcune irregolarità finanziare che avevano aumentato il debito del club di qualche milione di euro.

Grazie al supporto e il contributo economico di Neville Neville, padre dei più famosi Phil e Gary, la società riesce a sopravvivere, i debiti vengono ripianati e i tifosi possono tirare un sospiro di sollievo: con le difficoltà finanziarie ormai alle spalle, si può sperare in un futuro prospero.

Passano solo pochi anni, quando nell’estate del 2013, dopo la partenza del direttore esecutivo Mark Catlin, che nelle stagioni post crisi aveva risollevato il club restaurando fiducia tra la società e la tifoserie, ecco il cambio di proprietà destinato a cambiare per sempre il destino del Bury Football Club. A fasi avanti è un certo Stewart Day, un tifoso dell’Huddersfield che pare aver costruito la sua fortuna grazie al mercato immobiliare. In pochi lo conoscono realmente, ma la sua grande capacità di “vendersi” al pubblico e le sue spiccate doti comunicative, lo fanno ben presto entrare nelle grazie di tifosi e stampa.

Sin da subito si mostra propositivo, nonostante restino sconosciute le sue fonti di guadagno. Prende in affitto l’ex centro sportivo del Manchester City, convince svincolati di lusso a firmare e assembla una squadra apparentemente forte, che in poco tempo appare la favorita alla promozione. Nel frattempo, Day fa piazza pulita intorno a sé, mettendo in stand-by alcuni dirigenti (non li licenzia ma li sospende dall’attività) per far fronte alle spese ingenti alle quali è dovuto andare incontro e firma prestiti onerosi con le banche con tassi di interesse astronomici.

È solo questione di tempo prima che il club torni ad affrontare una crisi nerissima a livello finanziario. Day capisce in anticipo quello a cui sta andando incontro e affida la squadra a Ryan Lowe, ex leggenda del club e amatissimo dai tifosi. Nonostante la situazione disastrosa, lo spirito di Lowe riuscì a risollevare le sorti della squadra, grazie anche alla sua profonda conoscenza dell’ambiente e alle sue doti di motivatore: la stagione si conclude con un secondo posto in classifica e un immediato ritorno in League One.

La situazione, però, non migliora a livello societario: si viene a sapere che il proprietario Stewart Day ha venduto il club per 1 sola sterlina allo sconosciuto Steve Dale, lavandosi le mani di tutti i debiti accumulati nel corso della sua orrenda gestione. Viste le difficoltà finanziarie, i primi a risentirne sono i membri dello staff, che cominciano a non essere retribuiti per il loro lavoro. Per circa 6 mesi, nessuno percepisce un euro, alcuni giocatori compresi, e una dozzina di dipendenti finiscono per dover chiedere aiuto alle associazioni di volontariato per potersi guadagnare almeno un pasto al giorno. Molti giocatori, allenatore compreso, fuggono altrove e all’attivo restano solamente 6 atleti sotto contratto. Il collasso è inevitabile, Dale afferma di aver trovato “una società molto più in crisi di quanto pensasse” ma nonostante tutto, riesce a convincere la Football League di avere i fondi necessari per iscrivere il club al successivo campionato e sistemare la situazione.

Ed è qui che la lega fa il suo primo errore: crede sulla parola a uno sconosciuto, senza fare le verifiche del caso. Verifiche che verranno fatte in un secondo momento e constateranno una situazione quasi del tutto irreparabile (con più di 23 milioni di debito) oltre a evidenziare l’assoluta mancanza di certezze sui fantomatici fondi che il signor Dale avrebbe dovuto garantire. Per questo motivo, il club viene penalizzato di 12 punti ancor prima dell’avvio della stagione e la Football League obbliga il proprietario a presentare le carte che attestino il valore delle proprie affermazioni e mostrino la reale presenza dei fondi necessari per risollevare le sorti della società. Come ultimatum viene dato il 22 agosto, con la punizione di rinviare a data da destinarsi tutte le partite alle quali il Bury avrebbe dovuto prender parte.

Ad oggi, ancora nessuna notizia trapela da fonti ufficiali in relazione a un possibile ultimo tentativo da parte di qualche benefattore nel voler salvare il Bury. Mancano pochi giorni e saremo costretti a dire addio a un club storico che per oltre 134 anni ha visto il proprio nome scritto almeno una volta sui tabelloni di ogni singolo stadio del Regno Unito. Non solo, detiene due record non di poco conto a livello nazionale: è l’unica squadra (insieme al Man City) ad aver vinto una finale di FA Cup per 6-0 ed è l’unico club di tutta l’Inghilterra ad aver realizzato 1000 gol in tutte e 4 le serie professionistiche. Magari a molti non mancherà, ma il Bury Football Club è un patrimonio nazionale per il calcio inglese e di sicuro non merita questa fine.