Di cosa è accusato e cosa rischia davvero il Manchester City

Il verdetto tanto atteso è arrivato. La UEFA, dopo mesi di indagini, ha riscontrato la colpevolezza oggettiva del Manchester City, trovando prove evidenti del tentativo da parte del club di aggirare le norme per poter acquistare giocatori senza dover incorrere in sanzioni. La condanna è stata pesante: due anni di interdizione dalle competizioni europee e 30 milioni di euro di multa. Per molti un’esagerazione, per altri il minimo che la Uefa potesse fare in una situazione simile.

Al di là di tutte le congetture e i commenti, però, alcuni lati della vicenda rimangono oscuri o quantomeno poco chiari. Tutti hanno gridato allo scandalo accusando il Manchester City colpevole di non aver rispettato il Fair Play Finanziario, quando in realtà le colpe dei Citizens sono ben altre e, se vogliamo, ancora più gravi. Il club inglese non è stato accusato per aver speso troppi soldi durante le sessioni di calciomercato o aver riempito di denaro un particolare giocatore facendogli firmare un contratto oneroso, bensì di aver, di fatto, preso in giro la Uefa, cercando di aggirare una serie di paletti necessari per il rispetto delle regole.

Partiamo da una premessa: il Fair Play Finanziario è un sistema voluto e introdotto da Michele Platini nel 2011 e ha l’obiettivo di riordinare e razionalizzare i sistemi finanziari delle società calcistiche, permettendo ai singoli club di auto sostenersi ed evitare i rischi di indebitamenti milionari, oltre all’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio, ovvero far sì che le uscite finanziarie combacino (o eguaglino) con le entrate.

Ora, proviamo ad analizzare ogni singolo punto del caso Manchester City, cercando di spiegare nello specifico quanto avvenuto, il perché e i veri rischi che il club inglese correrà nei prossimi mesi.

1) Dai documenti resi noti nello scandalo di Football Leaks, è evidente il coinvolgimento dello sceicco Mansour nella vicenda. Il proprietario saudita dei Citizens era stato tra i promotori dell’accordo tra il club e la compagnia aerea del proprio paese d’origine, tale Etihad Airways, per un totale (iniziale) di 65 milioni di sterline l’anno. Etihad non solo sarebbe comparsa sulle maglie della prima squadra come main sponsor, ma avrebbe anche ottenuto i naming rights dello stadio, noto appunto come Etihad Stadium. Fino a qui, tutto bene. Peccato che Mansour avesse altri piani in testa: circa il 90% del totale dell’accordo lo avrebbe pagato la Abu Dhabi United Group, la holding saudita della quale lo sceicco è proprietario, mentre Etihad avrebbe sborsato solamente il 10% rimanente.

Tutto questo è confermato dalle mail rese note dal quotidiano Der Spiegel, nelle quali appare una mail con oggetto “Cashflow” e vede il direttore finanziario del Manchester City (Jorge Chumillas), specificare come l’Abu Dhabi United Group (ADUG) avrebbe pagato 57 milioni di sterline come “contributo delle sponsorizzazioni per la stagione 2013/2014” mentre Etihad avrebbe versato nelle casse del club solamente 8 milioni di sterline. Cosa vuol dire questo? Mansour stava semplicemente si stava autofinanziando. Metteva a bilancio sponsorship che poi venivo pagati da altre società di sua proprietà.

Roberto Mancini, ad esempio, è un altro esempio eclatante del tentativo dello sceicco di “circumnavigare” le regole del Fair Play Finanziario e autofinanziare la crescita del suo nuovo giocattolo, a noi noto come Manchester City. L’attuale CT della nazionale quando firmò il contratto con i Citizens nel 2009, venne pagato 1,45 milioni di sterline l’anno direttamente dal City e addirittura 1,75 milioni da Al Jazeera in quanto consulente. Indovinate un po’ chi c’era dietro Al Jazeera? Sempre lui, lo sceicco Mansour. La ADUG girava il compenso ad Al Jazeera che a sua volta pagava Mancini. Tutto in maniera apparentemente regolare, se non fosse che la UEFA da sempre regoli la quantità di soldi che un proprietario può versare nelle casse del proprio club.


2) Un altro grande problema fu la poca collaborazione fornita dal Manchester City alla UEFA. Sin dall’acquisto del club, il presidente Khaldoon al-Mubarak è sempre stato molto restio a rispettare i paletti imposti dalla Uefa, in quanto riteneva che fossero di ostacolo alla programmata espansione del Manchester City a livello europeo ed internazionale. Si arrivò ad un punto in cui sembrò che al-Mubarak avesse preso sul personale la questione, a tal punto che il legale del Manchester City Simon Cliff, scrisse in una mail a Infantino che “il presidente avrebbe preferito spendere 30 milioni nei 50 migliori avvocati del mondo e far causa alla UEFA piuttosto che pagare le multe relative al non rispetto del Fair Play Finanziario”. Il motivo? Il club aveva accumulato un deficit di 180 milioni di sterline, ben superiore al tetto massimo di 45 milioni di deficit ammesso dalla Uefa. Sapendo di essere in torto, al-Mubarak si era risentito e aveva quindi preso la questione come un affronto personale.

Per spiegare più dettagliatamente a che livelli fosse la tensione tra Manchester City e UEFA, c’è un’altra mail di Cliff, datata 2014, nella quale l’avvocato comunica la morte del presidente della camera investigativa dell’Uefa ai suoi colleghi e superiori utilizzando le parole: “Uno è andato, ne mancano 6”. E fu proprio questa mail in particolare a scatenare il polverone successivo alle rivelazioni di Der Spiegel. Il City non commentò la vicenda fino a quando la camera investigativa della Uefa decise di avviare un’indagine sul club: fu in quel momento che il club si risentì, affermando che “i materiali resi noti erano stati hackerata o rubati e avrebbero lenito l’immagine del club a livello globale e non potevano essere quindi considerati nell’indagine”. La realtà è che il City non ha mai fatto nulla per impedire che ciò avvenisse e non ha mai provato a scusarsi per i toni delle mail, anzi. La società ha sempre avuto un atteggiamento di sfida nei confronti della Uefa, accusandola di “aver avviato un’indagine ingiusta e aver condotto un processo ostile, denigratorio, impreciso, confuso e totalmente fuorviante in quanto non rispecchia la realtà dei fatti e non ha tenuto in considerazione le prove che il club avrebbe provato a fornire”.

Tra City e Uefa è quindi in atto una vera e propria guerra fredda. Il primo set, per ora, è andato all’organo amministrativo e organizzativo del calcio europeo, ma il club inglese (che ha già fatto ricorso al TAS) non ha alcuna intenzione di mollare. Di certo, con questo clima, sarà difficile trovare un accordo.


3) Il terzo elemento da tenere in considerazione è il tentativo da parte del Manchester City di raggiungere il break-even (ovvero il pareggio di bilancio) in seguito al Settlment Agreement raggiunto con la Uefa nel 2014. Il club ha infatti tentato in tutti i modi di gonfiare i conti in maniera, per così dire, “creativa”, inventandosi degli escamotage vietati dai regolamenti, come ad esempio farsi anticipare i soldi dallo sponsor per spenderli sul mercato (vedi il caso Laporte).

Se da una parte è vero che il City è vittima di un attacco hacker e della pubblicazione di informazioni riservatissime, è altrettanto vero che fino a questo momento la società non è ancora riuscita a dare una spiegazione soddisfacente ai contenuti di tali email, inventandosi scuse sommarie e attaccando la Uefa per il comportamento avuto.

Detto questo, cosa rischia davvero il Manchester City? Poco o nulla di quanto letto sui giornali in questi giorni è vero. Nessun rischio di retrocessione in League Two o revoca della Premier League conquistata nel 2014. Quello che è certo è che, se il City ha mentito alla Uefa, ha per forza mentito anche alla Premier League, per questo l’organo che garantisce il rispetto delle regole del campionato inglese molto probabilmente avvierà un’indagine per assicurarsi che tutti i documenti forniti contenessero dati veritieri.

Qualora anche la Premier League accusasse il Manchester City di aver gonfiato a proprio piacimento i conti relativi alle sponsorizzazioni e di essersi autofinanziato sin dall’insediamento dello sceicco Mansour, il club potrebbe al massimo avere una decurtazione di 20/25 punti nel prossimo campionato o addirittura in quello successivo (2021-2022).

Tutto o quasi dipenderà dal risultato del ricorso al TAS, che stabilirà le colpe effettive del Manchester City. Solo a quel punto la Premier League avrebbe il dovere di indagare più a fondo in base ai documenti in proprio possesso.