L’assurda paranoia di Sir Alex Ferguson che ha reso grande Michael Carrick

Un’intera carriera passata dentro o nelle vicinanze del cerchio di centrocampo, pronto a dispensare palloni, impostare il gioco, attaccare e all’occorrenza difendere ogni qualvolta la squadra ne necessitasse. Una vera e propria icona del suo ruolo, diventato punto di riferimento per molti compagni di squadra e imitato da tanti altri giovani avversari che in lui riconoscevano il modello di centrocampista perfetto.

Per questi motivi, e molti altri, Michael Carrick è un giocatore amato da tutti. Nel corso della sua carriera ha vestito le maglie di West Ham United, Tottenham e Manchester United, totalizzando ben 736 presenze (comprese le 34 con la maglia della nazionale). Solo negli ultimi 12 anni ha conquistato 18 trofei (nazionali e internazionali), meritandosi il titolo di giocatore dell’anno in casa United nella stagione 2012/2013.

Un leader silenzioso ma capace, sempre pronto ad aiutare le nuove leve e lasciar posto a chi, nonostante la poca esperienza, dimostrava maggiori abilità. Mai una polemica. Mai una parola fuori posto. Mai uno scandalo. Da qualsiasi parte la si guardi, la carriera di Carrick è stata esemplare.

Il suo successo va attribuito, in parte, anche a Sir Alex Ferguson che ebbe la caparbietà di portarlo a Manchester ancor prima che le rivali si accorgessero del suo reale valore. A Carrington è stato accolto, cullato e inserito in prima squadra con le giuste tempistiche, senza che la fretta mostrarne le qualità al mondo intero avesse la meglio. E proprio a proposito delle sue chance di giocare o meno da titolare, Carrick non ha mai fatto segreto di un retroscena inedito che spiega come e perché Sir Alex sceglieva di lanciarlo nella mischia dal primo minuto o essere prudente e farlo entrare nella ripresa.

C’è stato un periodo di circa 3 anni nei quali Ferguson mi faceva giocare in base alle condizioni atmosferiche. Era convinto che giocassi meglio quando pioveva, tanto che era solito ripetermi: “Tu non giochi finché non comincia a piovere pesantemente”. Ed effettivamente quella era la mia fine. Fino a ottobre difficilmente mi vedevate in campo, poi però diventavo un titolare fisso nel giro di una settimana. 

E continua.

Non mi ha mia spiegato il perché. Secondo la sua teoria rendevo meglio se in campo pioveva, anche se sinceramente mi viene difficile anche solo da pensare una plausibile motivazione. Una cosa, ad oggi, è certa: indipendentemente dal fatto che avesse ragione e non me la prenderò mai con lui per questo. 

 

Ebbene sì. Il più grande allenatore della storia sceglieva uno dei suoi giocatori più importanti in base al… tempo! A quasi 15 anni di distanza e 20 trofei più tardi, difficile dargli torto.