Bury Football Club, la società che si rifiuta di morire

Il calcio, in fin dei conti, è un’abitudine. Per tifosi e appassionati, il calcio è sempre stato molto più che un semplice sport. Di calcio non ci si nutre, certo, ma è un’attività che ha una fortissima influenza sulle nostre abitudini e sulla nostra salute mentale. L’attesa della partita che dura tutta la settimana, il viaggio verso lo stadio o verso il pub per guardare il match insieme agli amici di sempre, le pinte, le risate, le arrabbiature, le esultanze, e ancora tante chiacchiere, pinte, risate e arrabbiature. Il viaggio di ritorno verso casa, a volte carichi a mille dopo una vittoria, altre volte sul punto di esplodere dalla rabbia che segue una sconfitta. E poi via di nuovo per un’altra settimana di articoli di giornale sulla propria squadra, battute e screzi con gli amici che tifano i club rivali, l’attesa per la partita successiva. Così, senza un attimo di pausa, per dieci lunghi mesi.

Per non parlare di chi, grazie al calcio, ha un lavoro a tempo pieno. Per loro andare allo stadio o al centro d’allenamento è un rituale quotidiano, dove il weekend è forse l’unico momento di vero riposo, ma che resta pur sempre un’abitudine della quale è difficile liberarsi.

Prima che il coronavirus ci colpisse e bloccasse completamente il sistema calcio, c’è stata una squadra, una tifoseria e una comunità che per mesi ha sperimentato quello che si può ad oggi considerare un lockdown calcistico. Per lockdown si intende il blocco totale di una qualsiasi attività ed è per questo che l’obbligo che abbiamo di restare chiusi in casa, in Inghilterra e America è stato denominato lockdown.

Lo scorso ottobre però, a Bury, una cittadina situata 15 km a nord di Manchester, il calcio è andato in totale lockdown, lasciando l’intero paese senza una squadra da tifare e la Football League con un club professionistico in meno. Anni di mala gestione, hanno portato il club a soffrire una pesante crisi finanziaria ed essere obbligato a dichiarare il fallimento. Una situazione diventata talmente ingestibile che la Football League ha dovuto prendere la drastica decisione di espellere la squadra dal campionato.

Migliaia tifosi all’improvviso si sono ritrovati senza la loro squadra del cuore. Una dozzina di giocatori hanno visto il loro contratto terminare con effetto immediato e decine di persone hanno perso il lavoro. Ecco, i lavoratori. Coloro che per decenni hanno trattato, curato e accudito il Busy Football Club come se fosse un loro figlio, fratello o genitore, si sono visti privare di una delle loro ragioni di vita solo ed esclusivamente per l’avarizia e le manie di protagonismo di un “businessman” che in carriera era riuscito a far fallire già altre due aziende.

E fidatevi che quando parliamo di ragione di vita, lo intendiamo sul serio. Anche perché a Bury, oltre al calcio, c’è davvero poco altro. La comunità è molto unita, ha la fortuna di essere non molto lontana da una delle città inglesi più grandi e funzionali ma non ha mai abbandonato la propria squadra locale nonostante a 20 minuti di macchina sorgano due dei club più grandi, ricchi e vincenti al mondo.

Nonostante la squadra sia fallita ufficialmente lo scorso ottobre dopo 134 anni di storia, alcuni dei suoi componenti non si sono persi d’animo e hanno continuato ad andare al lavoro. O meglio, alcuni dipendenti, sebbene non retribuiti, continuano ad andare ogni mattina allo stadio e lavorare come se nulla fosse: stiamo parlando della famiglia Curtis, composta da Michael, Joan e Lynne Kent, di Gordon Sorfleet e Martin Kirby.

Perché mai cinque persone dovrebbero continuare ad andare al lavoro quando la società per la quale lavoravano non paga loro gli stipendi dalla scorsa estate ed è tragicamente fallita? Che cosa ci guadagnano? Non possono cercarsi un altro lavoro e provare a dare una svolta alla loro vita?

Beh, il discorso, in realtà, è molto più ampio. Stiamo parlando di persone di una certa età (il più giovane ha 56 anni) che non solo contavano di poter andare in pensione a breve ma che avendo lavorato per decenni per il Bury Football Club, non saprebbero davvero che altro fare.

Prendete Michael Curtis per esempio: è il groundsman, ovvero colui che gestisce lo stadio, lo pulisce, taglia l’erba, lo mantiene intatto e si assicura che tutto continui a funzionare. Due volte a settimana si reca presso l’impianto di Gigg Lane, fa un sopralluogo, si mette gli stivali da lavoro, accende la macchinetta taglia erba e macina chilometri andando su e giù per il campo, mantenendo il manto erboso in perfette condizioni. Quello è il suo lavoro. Ha provato a rimettersi in gioco ma, vista l’età e l’esperienza limitata, in pochi gli hanno dato ascolto. Così, spinto dall’amore verso la propria squadra del cuore, continua a fare tutto questo senza percepire una sola sterline.

Prendete poi sua Joan Curtis (la madre di Michael) e Lynne Kent, sorella di Michael e figlia di Joan, che alle 8, ogni mattina, arrivano puntuali allo stadio e cercano di tenersi occupate ordinando gli uffici, sistemando l’archivio e ricordando gli anni in cui avevano talmente tanto lavoro da non riuscire ad avere un giorno libero a settimana. Joan in particolare, ha fatto di Bury e del Bury FC un vero e proprio stile di vita: per qualche anno suo padre (il nonno di Michael e Lynne) è stato un giocatore del Bury, tanto che ancora oggi viene ricordato dai tifosi per la sua dedizione e il suo servizio.

Fonte foto: New York Times

Da oltre 50 anni Joan ha lavorato per il Bury FC. Oggi, che di anni ne ha 80, come può pensare di cambiare vita? Potrebbe stare a casa, certo, ma la forza dell’abitudine la spinge ad alzarsi dal letto ogni mattina alle 7 e presentarsi alle 8 in ufficio. Come loro anche Martin Kirby (il bar manager) e Gordon Sorfleet (il media manager) almeno 3 giorni a settimana fanno sentire la loro presenza, aiutano i colleghi in quel poco che è rimasto da fare ma soprattutto fanno fronte comune contro i vandali.

In un’area povera come quella di Bury, è facile che se Gigg Lane venisse abbandonato verrebbe ben presto preso d’assalto per i più svariati motivi, da chi vuole rubare un seggiolino, chi vorrebbe frugare nell’ufficio, chi semplicemente vorrebbe dare due calci al pallone sul terreno di gioco, quello che Michael cura senza sosta da 26 anni.

Tutti loro stanno aspettando ancora di essere liquidati e portano con sé la speranza di vedersi consegnare quanto dovuto prima o poi, anche se continuano a mantenersi attivi grazie all’amore dei tifosi, che non si sono dimenticati di loro. Ogni settimana, la sera, si svolge presso lo stadio una lotteria, mentre un gruppo nutrito di supporters storici, il sabato, giorno in cui il Bury dovrebbe giocare, fanno il giro dei pub attorno allo stadio che in questi mesi hanno visto ridursi notevolmente le entrate, che dipendevano per una buona parte dalle persone che popolavano lo stadio per assistere alle partite di campionato.

Bury dalla prossima stagione, avrà nuovamente una squadra di calcio: i tifosi hanno fatto fronte comune e hanno fondato il Bury AFC. Ripartiranno dalla decima divisione, ovvero sei categorie in meno di quella alla quale erano abituati. Forse non ci sarà tutta la gente che c’era prima, forse i risultati tarderanno ad arrivare ma quantomeno le abitudini di questa comunità potranno tornare ad essere tali e il calcio tornerà ad essere il vero protagonista.