Biliardo, freccette e medicina cinese: i segreti del Bolton dei fenomeni di Sam Allardyce

Once upon a time. Questa la terminologia che si è soliti usare quando si vuole ricordare un fatto accaduto nel passato o un usanza ormai in disuso. Ci sarebbero davvero tantissimi racconti che potrebbero cominciare con le parole “once upon a time”, ma la realtà è che, secondo una regola non scritta, solo quelli davvero ricchi di fascino e che hanno lasciato un segno nel corso degli anni meritano di essere introdotti in tal modo.

C’è ad esempio la storia di Sam Allardyce e il suo “Bolton dei fenomeni” del quale molti si sono dimenticati, che a differenza di tante altre, meriterebbe e come di cominciare così: once upon a time in Bolton, there was a team…

Anche perché, non vi siete dimenticati di quel Bolton, vero? Una squadra fenomenale, costruita grazie alla pazienza e all’organizzazione di una società che dapprima ambiva a diventare una grande, ma caduta passo passo in disgrazia, rischiando addirittura il fallimento e lasciando nello sconforto un pubblico tra i più passionali dell’intero Regno Unito. Eppure quel Bolton la gloria se l’era conquistata, partendo umilmente dalla seconda divisione alla fine degli anni 90 e arrivando a giocarsi un posto nelle competizioni europee nel giro di 6-7 stagioni, senza rubare nulla a nessuno, meritando sul campo ogni traguardo raggiunto e attirando l’attenzione di alcune leggende del calcio europeo e internazionale.

Ha inizio tutto nel maggio del 1999. Il Bolton perde contro il Watford la finale play-off di Championship e attraversa una piccola crisi finanziaria, a causa degli sforzi fatti per raggiungere la massima serie che l’avevano portata ad aumentare gli stipendi e investire pesantemente su alcuni top player. Nell’estate successiva, il club sarà costretto a vendere alcuni dei suoi giocatori più importanti e ad affrontare un cambio in panchina inaspettato: dopo la cessione del centrocampista Per Fradsen infatti, l’allenatore Colin Todd rassegna le dimissioni, sia perché aveva espressamente richiesto di non vendere il giocatore in questione, sia perché da tempo ormai il suo rapporto con il board societario vacillava.

Nelle settimane successive, la situazione cambia repentinamente più di una volta: prima gli investimenti improvvisi di alcuni businessman locali che salvano il club dalla liquidazione, poi l’arrivo, altrettanto inaspettato, di Sam Allardyce in panchina. Big Sam, che con il Bolton aveva giocato per ben 7 anni all’inizio della propria carriera di giocatore, totalizzando oltre 200 presenze, da quelle parti era considerato una leggenda e fu accolto con grande entusiasmo dai tifosi, sebbene le sue prime parole fossero tutt’altro che confortanti:

Sono qui per aiutare il club, ottenendo buoni risultati sul campo e cercando di mantenere una buona stabilità economica, magari sacrificando altri giocatori.

E non a caso, la prima stagione non è poi così entusiasmante: in FA Cup l’eliminazione arriva in semifinale, stessa cosa accade nella Coppa di Lega mentre in campionato, dopo essersi qualificato ai playoff,  il Bolton viene eliminato in semifinale dall’Ipswich Town. Come se non bastasse, in estate Eidur Gudjohnsen lascia il Lancashire per accasarsi al Chelsea. Il club incassa 12 milioni totali dalle cessioni e ne reinveste appena 3, di cui uno in prestiti onerosi.

Le spese si concentrarono su un’altra area specifica, ovvero quella composta da assistenti, medici, preparatori, analisti e differenza di tutti gli altri club di Championship (e alcuni di Premier League) venne assunto un esperto in medicina tradizionale cinese, che diventerà mainstream diversi anni dopo in tutto il mondo.

Fu una sorta di rivoluzione, soprattutto se consideriamo il livello medio dei club concorrenti in quel periodo. Nello spogliatoio erano sempre più frequenti esercizi di pilates e yoga rispetto ai classici esercizi di pesistica, a tal punto che diversi giocatori rimasero spiazzati dal cambiamento. Modifiche furono apportate anche al regime alimentare di ogni singolo giocatore: Allardyce fece prescrivere una dieta specifica a ogni singolo componente della rosa, dedicando loro una persona che si sarebbe dedicata interamente alla gestione di certe dinamiche.

Questa gestione, permise al Bolton di fare il vero salto di qualità: dopo la terza posizione in classifica conquistata al termine del campionato, i Trotters nella stagione 2000-2001 non falliranno nei play-off, battendo 3-0 il Preston North End e conquistando la promozione in Premier League. Big Sam in poco più di una stagione e mezza era riuscita a conquistare il suo primo obiettivo: non male per un manager ancora “inesperto”.

Quell’estate, nonostante la promozione, fu comunque povera dal punto di vista degli innesti, la società non poteva permettersi molte spese, a tal punto che le uscite ammontarono a circa 900 mila euro, nulla in confronto alle altre neo promosse o alle dirette rivali per la retrocessione. A inizio campionato il Bolton era infatti la favorita a tornare direttamente in Championship, ma sorprese tutti già nella prima giornata, battendo il Leicester City per 5-0.

E il momento d’oro, non si limitò all’esordio contro le Foxes: nelle prime 3 partite il Bolton batterà 1-0 il Middlesbrough e 2-1 il Liverpool al Rebook Stadium. Al termine della settima giornata i Trotters erano primi in classifica con una sola sconfitta all’attivo. Alla decima giornata, si concedono addirittura la passerella a Old Trafford, battendo 1-2 il Manchester United. Quattro vittorie e tre pareggi in dieci partite per la squadra favorita alla retrocessione non erano davvero per niente male.

A quel periodo, seguiranno poi tante partite senza vittoria che relegheranno la squadra in piena relegation zone. Il Bolton terminerà il campionato al 16° posto in classifica, con 40 punti e solamente 9 vittorie su 38 partite, ma con un giocatore d’esperienza (e che esperienza) in più, acquistato nel mercato di gennaio: Youri Djorkaeff, campione d’Europa e del Mondo con la Francia e vincitore della Coppa UEFA con l’Inter solo 3 anni prima.

L’arrivo del francese non è solo il segnale che il Bolton sta lavorando ottimamente sotto traccia, costruendo un team d’assistenti giovani e preparati, ma che la presenza di Big Sam e i risultati ottenuti in Premier League a inizio stagione cominciavano ad attrarre le attenzione di qualche giocatore di grosso calibro.

Nell’estate del 2001 arriveranno poi Jay-Jay Okocha (liberatosi dal PSG) e Ivan Campo in prestito dal Real Madrid. Ve lo immaginate il piccolo Bolton, a rischio fallimento, che fa affari con i Galacticos?

L’arrivo di giocatori internazionali rendeva la sfida del Bolton ancora più difficile. Campo, Okocha e Djorkaeff erano stati convinti da Allardyce ad accasarsi nella piccola città del Lancashire, a pochi chilometri da Manchester, ma ora stava al suo staff mantenere le promesse che lui aveva fatto parlando loro al telefono. Tra le cose più complicate, ci fu ovviamente l’ambientamento dei nuovi arrivati: conti in banca, casa, macchina, assicurazioni varie, lezioni di inglese, cibo. Il Bolton si occupava di tutto, facilitando loro l’inserimento nell’ambiente e permettendo all’allenatore di lavorare sul campo senza doversi preoccupare di altro.

Una mossa che fu molto apprezzata da tutti e tre i nuovi acquisti, che si sentirono da subito parte integrante della squadra. Se al loro speciale trattamento aggiungiamo i metodi innovativi di allenamento introdotti da Allardyce e il suo staff la stagione precedente. abbiamo tutto quello che serve per costruire un team di successo.

Campo fu quello che ci mise di più ad adattarsi. Arrivava da una stagione difficile con il Real Madrid, dove non si era più sentito benvenuto e a livello psicologico si era lasciato andare. Cambiare paese, lingua, abitudini e stile di gioco furono un colpo non indifferente: lo spagnolo faticava a capire le direttive di Big Sam, che prediligeva uno stile molto vecchio stile, fatto di pressing, lanci lunghi e sponde. A differenza di altri allenatori però, Allardyce non era troppo severo sui ruoli che i suoi giocatori dovevano tenere ma, al contrario, permise loro di adattarsi a loro piacimento.

E fu proprio Campo l’esempio più lampante della “Allardyce philosophy”. Prima di una partita ad Highbury contro l’Arsenal, Big Sam disse allo spagnolo di giocare al centro del centrocampo, un ruolo che lui non aveva mai ricoperto. Alla domanda sul perché aveva deciso di farlo giocare in quella posizione, Big Sam rispose: “Non preoccuparti, siamo in Inghilterra, ti abituerai presto”.

Aveva ragione. Campo giocò una signora partita a Londra quel giorno e non abbandonò più quel ruolo che inizialmente sembrava così sconosciuto e difficile da interpretare. A lui, fece seguito Okocha, che dall’inizio di agosto alla prima metà di marzo non era riuscito ad essere il vero Jay-Jay che tutti avevano imparato a conoscere in Francia. Segnava, ma poco. Non riusciva a fare la differenza. Era nervoso e spesso risultava impacciato. La svolta arrivò contro il Sunderland e coincise con la rinascita dei Wanderers, proprio nel momento in cui la stagione sembrava destinata a concludersi con la retrocessione. Okocha segna i gol decisivi contro Black Cats, Tottenham e West Ham, risultando determinante con un paio di giocate anche nel pareggio contro l’Arsenal per 2-2 (il Bolton perdeva inizialmente 0-2) e nell’ultima giornata di campionato, nella quale segnò e permise alla sua squadra di battere il Middlesbrough e assicurarsi la salvezza.

Un’altra estate e un nuovo arrivo: stavolta tocca a Kevin Davies, che fisicamente non è al meglio dopo aver concluso la sua esperienza al Southampton e aver traversato un periodo travagliato in ambito familiare a causa della malattia della madre. Per lo staff manageriale del Bolton, però, questo non è un problema. L’attaccante inglese viene spedito in Spagna per un corso intensivo di 3 settimane, volto a fargli perdere peso e migliorare la sua forma fisica. Gli viene assegnata una dieta specifica, rientra in Inghilterra ed entro Natale si prende in mano la squadra, risultando il giocatore più determinante in assoluto (è coinvolto in maniera decisiva nel 70% dei gol).

Big Sam gli rinnova la fiducia, lui ritrova la sua e tutto grazie al lavoro dietro le quinte del team di Allardyce, che seguiva i giocatori passo passo nel loro percorso, tracciando addirittura le performance con un gps e rendendoli efficienti al massimo grazie a una serie di tecniche di allenamento innovative.

I primi risultati sportivi, si hanno al termine della stagione 2003/2004: il Bolton arriva 8° in Premier League (miglior posizionamento dal 1960) a soli 7 punti dal Liverpool quarto e perde la finale di Coppa di Lega contro il Middlesbrough, sfiorando la qualificazione ai preliminari di Coppa UEFA. Il club è cambiato, come del resto a cambiare è il morale: in un’intervista il nuovo arrivato Kevin Davies rivelerà che quando pioveva forte, erano costretti ad allenarsi al coperto, ma spesso finivano per giocare a biliardo o a freccette. Certi comportamenti, però, non li penalizzavano, tanto che una volta accadde prima di una trasferta sul campo del Chelsea e il giorno dopo, a Stamford Bridge, vinsero senza preoccupazioni. Semplicemente la squadra aveva fiducia nei propri mezzi e l’ambiente di lavoro era tra i migliori che si potesse desiderare.

Nell’estate del 2004, poi, arrivano altri rinforzi: El-Hadji Diouf, Gary Speed ma, soprattutto, Fernando Hierro. Non solo, Big Sam va a un passo da Rivaldo, appena liberatosi dal Milan, ma alla fine il brasiliano verrà convinto dai soldi del Qatar. Quello è solo il preludio di una stagione strabiliante, che entrerà nella storia del club inglese.

Il Bolton si affermerà tra le prime 6 del campionato, battendo quasi tutti i top team compresi Liverpool, Man United, Chelsea e Arsenal, accumulando gli stessi punti del Liverpool che poi vincerà Istanbul la sua quinta Champions League e qualificandosi per la prima volta alla Coppa UEFA.

Lo stile di gioco barbarico di Allardyce faceva infuriare tutti i grandi allenatori ma la squadra, giornata dopo giornata, era riuscita a conquistarsi l’Europa sul campo. A livello di spogliatoio, pochi altri team potevano vantare una tale serenità, il gruppo era giorno dopo giorno più coeso e i risultati arrivavano di conseguenza. Hierro da difensore era diventato centrocampista, capace di servire i compagni con lanci precisi lunghi 50-60 metri e aggredendo ogni singolo pallone che passava sul limite della sua area. Okocha segnava gol a raffica. Kevin Nolan faceva da collant, creando sinergia tra difesa e attacco. Tutto funzionava nel migliore dei modi.

Nella stagione 2005-2006 Bolton arriverà fino ai sedicesimi di finale di Coppa UEFA e ottavo in campionato, attirando l’attenzione di altri top player. L’estate successiva a firmare sarà Anelka, che al termine dell’annata 2006-2007 risulterà addirittura il capocannoniere. I Trotters si stabilizzano tra il sesto e l’ottavo posto nel massimo campionato inglese ma a rovinare tutto, ancora una volta, sono i dirigenti.

Allardyce capisce che con uno sforzo ulteriore, la squadra può ambire a qualcosa di più e nonostante il lavoro fatto in quegli anni, riceve un secco no dalla società, che gli vieta spese ulteriori e gli tarpa le ali sugli obiettivi futuri. Big Sam accusa il colpo, continua a fare il suo lavoro ma capisce che se vuole ambire a qualcosa di più, deve andarsene dal Bolton: la società è contenta così, non vuole fare di più perché fare di più vorrebbe dire spendere di più.

Nel gennaio del 2007 rassegna le dimissioni ma decide di allenare la sua squadra del cuore fino al termine della stagione. Porta il Bolton al settimo posto in classifica e se ne va a sole due giornate dal termine. In 7 stagioni e mezzo ha conquistato il miglior piazzamento di sempre in Premier League, due finale di coppe nazionali e una qualificazione alla Coppa UEFA, il tutto lavorando con un team di esperti che gli ha permesso non solo di assicurarsi giocatori di qualità ma di gestire le risorse a disposizione ottenendo il massimo.

La stagione successiva il Bolton arriverà 16° e non si riprenderà mai più, tanto da retrocedere in Championship 4 anni più tardi, al termine della stagione 2011-2012. Chissà cosa sarebbe successo se solo il club fosse stato gestito da businessmen ambiziosi e assetati di vittorie. Oggi, magari, avremmo nella TOP 6 anche il piccolo ma grande Bolton di Big Sam Allardyce.