La 97^ vittima di Hillsborough

Il 15 aprile del 1989, a Sheffield, si è consumata una delle più grandi tragedie della storia del calcio. Pochi minuti dopo il fischio d’inizio della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, l’arbitro è costretto a sospendere la partita. Dal settore occupato dai supporters del Liverpool, si vedono decine di persone scavalcare le inferiate e riversarsi in campo. Nessuno di loro, però, sembra avere cattive intenzioni. Nessuno corre all’impazzata per il campo, anzi.

Quasi tutti tornano verso la ringhiera, intenti ad aiutare altri tifosi a liberarsi. Chi può scappa arrampicandosi al secondo anello, chi può si districa tra un corpo e l’altro per spostarsi in un’area più libera mentre chi è entrato per primo e sosta nelle prime file, non ha via di scampo. Senza alcun controllo da parte delle forze dell’ordine, la gente continua ad entrare e ad affollare il settore centrale, creando un vero e proprio muro umano, fatto di ragazzi, ragazze, uomini adulti e anziani, nonne che hanno accompagnato il nipote allo stadio e giovani madri che si godono il pomeriggio libero insieme ai proprio compagni.

Da quella calca, in un modo o nell’altro ne usciranno tutti, eccetto 96 persone. Novantasei. Novantasei tifosi del Liverpool, di tutte le età, perdono la vita in quei tragici istanti. Novantasei vite spezzate per l’incompetenza di chi avrebbe dovuto vigilare e gestire l’enorme afflusso previsto per quella partita. Novantasei anime volate in cielo perché volevano assistere alla semifinale di coppa della loro squadra del cuore.

Novantasei persone che muoiono schiacciate, nell’indifferenza e lo scalpore generale. Chi si trova a Hillsborough non può far altro che assistere a una tragedia che nessuno, nemmeno i più pessimisti avrebbero potuto immaginare. Per quelle 96 vittime, famiglie e tifosi di tutto il mondo cominceranno da subito una lunghissima battaglia che porterà alle prime condanne solamente 30 anni dopo.

Oggi, a trentuno anni di distanza da quel maledetto pomeriggio, vogliamo ricordare Stephen Whittle, colui che in molti hanno definito la 97^ vittima di Hillsborough. La sua storia è un po’ particolare ma forse più di tante altre testimonianze racconta quanto il dolore provocato in quei momenti fosse tale da paralizzare l’intero paese per molti anni e far cambiare completamente faccia al calcio inglese.

Il dramma del signor Whittle, come quello di tante altre persone, si è consumato quel 15 aprile e lo ha tormentato per 23 lunghissimi anni. Qualche giorno prima della partita, infatti, Stephen aveva venduto il biglietto che aveva regolarmente acquistato ad un suo carissimo amico. Non avrebbe potuto immaginare quanto sarebbe accaduto da poche ore, perché tra i 96 corpi recuperati dalla tribuna di quello stadio, ci sarà anche quello dell’amico al quale aveva ceduto il suo tagliando.

Per anni Stephen ha dovuto fare i conti con quel rimorso. Se non avesse venduto quel biglietto, il suo amico non sarebbe morto e una famiglia in meno avrebbe dovuto piangere un proprio caro. I rimpianti lo logorano e nonostante la famiglia cerchi di supportarlo, il dolore cresce giorno dopo giorno, culminando con il suicidio avvenuto nel 2011, dopo l’ennesima udienza fallimentare del processo che vedeva imputati i più alti funzionari di polizia che quel giorno ad Hillsborough avrebbero dovuto gestire la situazione.

Stephen si era ammalato di depressione, soffriva di attacchi d’ansia ma non ne aveva fatto parola con nessuno. Anzi, negava spudoratamente, come per volersi dimostrare più forte di quanto in realtà non fosse. Voleva superarla da solo quella situazione, ma alla fine il rimorso ebbe la meglio e arrivato al picco del suo personalissimo dolore, decise di togliersi la vita.

Dal giorno della sua morte, avvenuto quando aveva da poco compiuto 50 anni, Stephen è considerato la 97^ vittima di quella tragedia. Una vittima silenziosa, troppo spesso dimenticata, che oltre al dolore per aver mandato inconsapevolmente un amico nell’inferno di Hillsborough, ha provato a convivere con un assurdo senso di colpa, mollando il colpo per colpa della giustizia, la stessa che faticava a condannare coloro che avevano causato la morte dell’amico.