L’eredità di Justin Fashanu

Alla fine degli anni Novanta del Ventunesimo secolo, Shoreditch è all’apice del suo processo di sviluppo creativo. I fatiscenti capannoni di epoca vittoriana sono diventati boutique di Alexander McQueen, loft di lusso a metà tra appartamenti e gallerie d’arte, locali con musica d’avanguardia. Ciò che due decenni più tardi avrebbe meritato l’etichetta un po’ affettata e canzonatoria di “hipster”, all’epoca è assieme baluardo artistico di Londra e rifugio per la libertà individuale in tutte le sue sfaccettature. In breve: l’East End. È in questo quartiere che la mattina del 2 maggio 1998 viene ritrovato morto Justin Fashanu, impiccato con un cavo elettrico in un garage semi abbandonato in cui si era intrufolato la notte precedente. Accanto a lui un biglietto: “Non sempre la Giustizia è giusta. Sentivo che non avrei subìto un processo corretto”. Aveva 37 anni. Ed era il primo giocatore di calcio ad aver dichiarato la propria omosessualità.

La storia di Fashanu però comincia poco più a nord di Shoreditch, nel distretto di Hackney, e ai suoi inizi è tristemente simile a quella di molti figli di emigrati della working class degli anni Sessanta: i lavori precari, il divorzio, l’orfanotrofio, la famiglia adottiva: quella che accoglie Justin e suo fratello più piccolo John è composta da Alf e Betty Jackson ed abita nel Norfolk, patria del Norwich City. Sono proprio i Canaries a notare Fashanu e a farlo esordire tra i professionisti. Siamo nel dicembre del 1978. Le prime due stagioni raggiungono il concetto di promettente e lo sorpassano senza farsi troppi scrupoli: 103 presenze e 40 gol, tra cui uno, spettacolare, contro niente di meno che il Liverpool di Bob Paisley (esatto, quello delle tre Coppe dei Campioni in cinque anni). Sinistro al volo da fuori area e temperatura di Carrow Road che si alza di qualche grado all’improvviso, a scaldare un sabato di febbraio che in quegli anni e a quelle latitudini doveva essere tutto fuorché grazioso da passare allo stadio. Le buone prestazioni si sommano e i grandi club di Premier, che ormai hanno le orecchie alzate da un pezzo, si muovono. Nell’agosto del 1981 la spunta il Nottingham Forest, ma stavolta lo sforzo economico scrive una pagina di storia: Fashanu è il primo giocatore nero ad essere pagato un milione di sterline.

Quello che inizia ora però non è il racconto di una carriera di successo. A cominciare, sulle rive del Trent, è invece il calvario di Fashanu, il sentiero irto di spine e umana cattiveria che solo un giocatore di calcio nero e omosessuale si trova a dover percorrere nell’Inghilterra degli anni Ottanta. Il rapporto con l’allenatore Brian Clough – tutt’altro che semplice per qualunque essere umano, a onor del vero – comincia a deteriorarsi alla velocità della luce non appena compaiono i primi rumors circa le frequentazioni notturne di Fashanu: il titolo “locali gay” viene sbattuto in prima pagina sulle riviste di gossip inglesi più famose, con conseguenze mediatiche ben immaginabili. Justin finisce in fretta ai margini del Forest e le poche chance che gli vengono concesse sono ben lontane dagli standard a cui aveva abituato tutti ai tempi del Norwich. A fine stagione l’almanacco segnerà un impietoso “3” nella colonna dei gol. È il 1982 e negli otto anni successivi Fashanu cambierà undici squadre tra Regno Unito, Stati Uniti e Canada. Salvo qualche residuo scampolo di luce, la stella si è ormai spenta, soffocata dal peso di macigni psicologici insostenibili. Fashanu sceglie di mettere nero su bianco le voci che lo avevano riguardato per tutta la carriera: il 22 ottobre 1990 il Sun esce in edicola con un titolo a suo modo storico. “La star da 1 milione di sterline: sono gay”. È fatta: il coming out è affidato ad uno dei tabloid più sbroccati di sempre. L’Inghilterra ha ufficialmente un calciatore omosessuale.

Le squadre di cui indossa i colori dopo l’intervista sono una decina in sette anni, stavolta anche tra Scozia, Svezia e Nuova Zelanda, compresa una nuova parentesi inglese di calciatore-allenatore al Torquay United. Il clima durante le partite, specie in Inghilterra, è ormai insostenibile. All’omofobia si aggiunge il carico da novanta del razzismo, i cori sono irripetibili. La storia calcistica di Fashanu termina nel 1997 nella neozelandese Wellington, nel Miramar Rangers. È la fine del 1997. Mancano pochi mesi al garage di Shoreditch.

L’episodio di cronaca che cambia tutta la storia è del marzo ’98. Ellicott City, Maryland, Stati Uniti: il distretto di polizia riceve la chiamata di un diciassettenne che sostiene di essere stato vittima di abusi sessuali da parte di Fashanu. Ai tempi, nel Maryland – oggi uno degli stati americani più all’avanguardia in materia di diritti LGBTI – le pratiche omosessuali sono considerate illegali. Fashanu viene interrogato il 3 aprile, ma non tenuto in custodia. Qualche giorno dopo, quando la polizia fa irruzione nel suo appartamento con le accuse di violenza sessuale di secondo grado e aggressione di primo grado, Justin ha già lasciato gli Stati Uniti. Di lui non si avranno più notizie fino al 2 maggio, quando il suo corpo viene ritrovato senza vita in quel garage di cui abbiamo già parlato. Fashanu, il primo giocatore nero ad essere costato un milione di sterline, il calciatore gay dichiarato, si è tolto la vita.

“Non ho mai e poi mai stuprato quel ragazzo. Non volevo dare altri motivi di imbarazzo alla mia famiglia e ai miei amici. Spero che Gesù mi accolga. Troverò la pace, infine”, concludeva il pezzo di carta trovato accanto al corpo di Fashanu. Quattro anni dopo la sua morte, John Fashanu si ostinava a negare l’omosessualità del fratello: “Justin non era gay, era solo in cerca di pubblicità”. Nella sua autobiografia, l’allenatore Brian Clough ha ammesso di aver più volte aggredito verbalmente Fashanu dopo le voci delle sue apparizioni in locali gay: «”Dove vai se vuoi una pagnotta?” Gli ho chiesto. “Suppongo da un fornaio.” “Dove vai se vuoi una coscia d’agnello?” “Da un macellaio.” “Allora perché continui ad andare in quel club di maledetti coglioni?”». Nelle settimane successive al coming out al Sun, si è fatta largo una serie pressoché interminabile di pettegolezzi su presunte relazioni di Justin con personaggi più o meno famosi, su tutte quella (mai sostenuta da alcuna prova) con Stephen Milligan, un parlamentare che nel 1994 è stato trovato morto in seguito ad un’asfissia autoerotica. Quest’ultima diceria pare sia costata a Fashanu la rescissione del contratto con il Heart of Midlothian Football Club, in Scozia, per aver “disonorato il gioco del calcio”.

Nel marzo del 2009 la Football Association ha dedicato a Fashanu una partita benefica a Brighton, come simbolo di una campagna contro l’omofobia nel calcio e l’invito all’inclusione di giocatori gay. Ad oggi, in Inghilterra, nessun calciatore ha dichiarato di essere omosessuale. Nessuno, dopo Justin Fashanu.

A cura di Filippo Gambarini