Il Nottingham Forest sul tetto d’Europa, un film diretto da Brian Clough

Quando si parla di stadio nuovo, di solito il tifoso viene attraversato da emozioni contrastanti. Da una parte la voglia (sempre più spiccata, negli ultimi anni) che la squadra del cuore si migliori e diventi più competitiva ― e in tal senso gli introiti di un impianto di proprietà giocano un ruolo assai importante; dall’altra, la ritrosia di abbandonare un luogo che sarà sempre un calderone di ricordi indelebili, poco importa se dolci o amari, nei confronti del quale si prova quasi una sorta di debito emotivo. È abbastanza emblematico, in uno scenario come questo, che quando nel 2007 era sorta la possibilità di abbandonare City Ground in favore di una struttura più moderna e capiente, il 36% degli intervistati avesse suggerito “Brian Clough Arena” come nuovo nome. Se tifi Nottingham Forest, quel nome riscrive il concetto stesso di idolatria. Perché non è solo il titolo di una tribuna dello stadio attuale. È il nome di chi ha preso una squadra di Second Division e l’ha portata a vincere la Premier. È il nome, sopra ogni altra cosa, della Coppa dei Campioni del 30 maggio 1979.

La storia di oggi racconta appunto come ha fatto una piccola e malandata squadra dell’East Midlands a salire sul gradino più alto d’Europa. C’entra solo l’allenatore? No, ovviamente. Ma come il Triplete dell’Inter o la Premier del Leicester saranno eternamente “roba” di José e Claudio, così quell’impresa avrà sempre addosso la firma di Brian. E non solo perché parliamo di uno degli allenatori più istrionici e controversi del calcio moderno: il manager di Middlesbrough si è preso la responsabilità di scelte discutibili, rivelatesi vincenti, e ha sempre creduto in quello che proponeva. La frase “se teniamo noi il pallone, non possono farci male” può sembrare colma di retorica fino alla nausea. Detta da Clough, però, e alla vigilia di un sedicesimo di finale contro il Liverpool campione in carica, prendeva tutto un altro sapore. Ci credeva, in ogni singola virgola. E furono gli eventi a dimostrarlo.

Ma torniamo ai nostri sedicesimi. Un derby inglese al primo turno tra la squadra campione d’Inghilterra e quella d’Europa in carica (appunto: Nottingham Forest e Liverpool) è davvero lo specchio di un calcio che non esiste più. Ma tant’è. Clough e i suoi iniziano la scalata con uno zaino di mattoni in spalla e i piedi nudi sui carboni ardenti. E hanno la meglio: 2-0 al Ground e 0-0 ad Anfield. Il Liverpool leggendario di Bob Paisley ― 6 campionati inglesi e 3 Champions, tutto con i Reds ― torna a casa con la coda tra le gambe. Da lì in avanti non sarà una passeggiata, ma le coscienze sono state smosse. Qualcosa di grosso stava per succedere.

Ottavi e quarti di finale vengono archiviati senza troppi patemi: 7 gol all’AEK Atene (1-2 fuori casa e 5-1 al ritorno) e 5 al Grasshopper (4-1 a Nottingham e 1-1 a Zurigo). Sembra tutto facile, vero? Saranno anche passati quattro decenni, ma la Champions resta pur sempre la Champions. Questa odiosa tautologia, per la quale chiediamo scusa, serve solo a spiegare i brividi lungo la schiena provati dal Nottingham contro il Colonia di Hennes Weisweiler: in una partita bellissima, davanti a più di 40mila persone, i Tricky Trees prima rimontano lo 0-2 rimediato in 20 minuti e poi si fanno recuperare il momentaneo 3-2 all’85’. È il ritorno al Müngersdorder Stadion a mettere nero su bianco la consapevolezza di potercela fare: 1-0 di Ian Bowyer, già sul tabellino dei marcatori all’andata, e finale. I ragazzi del Nottingham Forest, che meno di due anni prima calcavano i campi della serie B inglese, volano all’Olympiastadion.

Ricordate che poco fa si parlava di Clough e di alcune scelte discutibili? Bene. L’ultima in ordine di tempo è l’acquisto di Trevor Francis a febbraio, nell’ultimo giorno utile per l’inserimento nella lista di Coppa Campioni: attaccante, 25 anni e la cifra record di un milione di sterline per un giocatore che pareva superfluo quasi a tutti, in un reparto che comunque funzionava eccome. A tutti, ma non certo a Clough. Lo stesso che un anno prima si era messo di traverso davanti all’ormai imminente cessione di John Robertson, ala sinistra, definita dal suo stesso allenatore, con la solita moderazione, “il Picasso del calcio”. Insomma, a volte la storia decide di sorriderti. Oppure, più plausibilmente, succede che la fiducia venga ripagata. La finale finisce 1-0. Cross di Robertson e colpo di testa di Francis. Il Nottingham Forest è Campione d’Europa.

Ci sono altri spunti in questa storia, che purtroppo vengono spesso lasciati per strada. Come i 6 gol di Garry Birtles, secondo miglior marcatore della competizione. E che dire dello stesso Robertson, che deciderà anche la finale dell’anno successivo, segnando l’1-0 contro l’Amburgo al Bernabeu? Il calcio è così: i riflettori della memoria vengono puntati su chi ci ha messo forse più la faccia e le frasi pompose che il merito in campo. Il cuore di noi tifosi è volubile e si innamora dei bad boys come nei peggiori cliché adolescenziali. Sta di fatto che lo stadio nuovo di cui accennavamo all’inizio, non si è più costruito. Il Nottingham Forest ha deciso di ristrutturare quello attuale. Cambierà quasi tutto, al City Ground. Tutto, tranne la tribuna dedicata a Brian Clough.