Herbert Chapman, il gentleman che rivoluzionò il calcio inglese

L’attacco di questo pezzo voleva essere qualcosa tipo: “Se chiedeste ad un bambino di disegnare un pallone, state pur certi che lo farà bianco e nero a spicchi”. Poi, da un angolo buio del cervello, si è fatta largo la consapevolezza di essere diventati più o meno vecchi e di non avere la minima idea, in effetti, di come oggi un bambino disegnerebbe un pallone. E se lo facesse giallo fluo, magari con il simbolo gigante del brand sopra? Può anche darsi. Risolviamola così allora: se chiedeste ad un bambino cresciuto con il mito di Holly e Benji di disegnare un pallone, state pur certi che lo farà bianco e nero a spicchi. Meglio? Forse. Il punto di questo preambolo è che quel pallone è un simbolo, l’archetipo di tutti i palloni che abbiamo posseduto, calciato (o sognato di calciare), ammirato allo stadio e in televisione. E come tutte le cose non è certo venuto fuori per caso, ma è frutto della mente geniale di una persona ben precisa: l’ingegner Herbert Chapman. Che nel tempo libero, tra le altre cose, ha scritto un bel paginone di storia del calcio.

Chapman era questo, un fine inventore prestato al football. Provate a pensare a quanti elementi di questo meraviglioso sport diamo per scontati: la mezzaluna dell’area di rigore, i numeri di maglia sulla schiena, i riflettori per illuminare le partite in notturna. Tutte vere e proprie colonne portanti a cui non facciamo quasi più caso, ma per le quali siamo debitori ad un uomo divenuto famoso negli anni Venti del Novecento e con la testa rivolta al futuro. Come i grandi di ogni epoca e campo di gioco, in effetti. Ma se ad illuminare un terreno da gioco in penombra ci saremmo arrivati comunque – con tutto il rispetto – il retaggio più prezioso di Chapman vive tutt’ora in due entità, una più grande dell’altra. Stiamo parlando dell’Arsenal e del gioco del calcio stesso.

Innanzi tutto, occorre dire che parliamo appunto di tanti, tantissimi anni fa. Quando il nostro Chapman, figlio di un minatore, si laurea in ingegneria all’università di Sheffield è il 1903. Inizierà una poco fruttuosa carriera da calciatore pochi mesi dopo. Per avere un’idea di quale epoca lontana stiamo prendendo in esame: nessuno ha ancora raggiunto il Polo Nord o attraversato la manica in aeroplano, entrambi eventi del 1909. Non si sa ancora che i geni sono contenuti nei cromosomi ed Einstein avrebbe ultimato la teoria della relatività ristretta solo due anni dopo. Chapman comincia a studiare da giocatore-allenatore e ad elaborare quella teoria del “sistema” che cambierà per sempre lo sport più famoso del mondo.

Dopo anni di preparazione, l’assist a Chapman arriva nientedimeno che dalla Federazione inglese, decisa a modificare il fuorigioco al fine di favorire lo spettacolo. Il numero minimo di giocatori che devono essere presenti tra porta e attaccante passa da tre a due (ve l’immaginate…?) e i gol, come prevedibile, aumentano a dismisura. Siamo nel 1925 e Chapman si è già distinto come manager di Northampton Town, Leeds City e soprattutto Huddersfield Town, che ha appena guidato al miglior periodo della sua storia, con una vittoria in FA Cup e due campionati consecutivi. Nel maggio del ’25, però, la proposta della vita: l’istrionico industriale Henry Norris gli offre tremila sterline l’anno, un record assoluto – specie se consideriamo che lo stipendio medio di un giocatore dell’epoca aveva esattamente uno zero in meno. Neanche a dirlo, Chapman accetta: è il nuovo allenatore dell’Arsenal.

La prima dichiarazione è che ci sarebbero voluti cinque anni per costruire una squadra vincente. Non solo Chapman rimane fedele alla sua parola, ma alla prima stagione vede il “suo” Huddersfield diventare la prima squadra della storia inglese a vincere tre scudetti consecutivi. Oggi, con il senno del poi, possiamo permetterci di dire che Chapman stesse gettando le basi per qualcosa di più importante, qualcosa che in quel preciso momento trascendeva addirittura la vittoria di un campionato. Il modo in cui il nuovo allenatore dei Gunners decide di affrontare la nuova regola del fuorigioco di cui parlavamo poco fa è storia: l’adozione della celeberrima “WM”, quel famoso sistema di gioco che prevede il passaggio dal 2-3-5 al moderno 3-4-3 (la disposizione dei giocatori in campo dava appunto la sensazione di vedere le lettere W e M). La modifica sostanziale sta nell’arretrare il centromediano sulla linea dei difensori: il compito è di opporsi direttamente all’azione del centre-forward avversario e il nome che assume è di centre back. Vi suona familiare? Esatto, è appena nato lo stopper.

Come profetizzato, il piano quinquennale di Chapman trova il suo compimento il 26 aprile 1930. Davanti ai 92.486 spettatori di Wembley e proprio contro l’Huddersflied Town, l’Arsenal conquista l’FA Cup, primo grande trofeo della sua storia. Fa spuntare un sorriso di commozione, tra l’altro, rendersi conto che oggi l’Arsenal è la squadra che detiene più FA Cup (13) di tutte le squadre inglesi. La vittoria a Wembley è la svolta: è nato l’Arsenal che conosciamo, ma pure qualcosa in più. È nato quello che l’Arsenal simboleggia all’epoca per i suoi tifosi, l’esperienza della folla nei giorni delle partite, le mogli dei giocatori e le loro amiche per la prima volta allo stadio, volute da Chapman per “alzare il livello di comportamento sugli spalti”. Perché il calcio non è roba da linguaggio volgare né da gioco d’azzardo.

Chapman morirà prematuramente nel 1934, ad appena 55 anni, per un raffreddore divenuto polmonite. Non prima però di aver portato l’Arsenal a vincere la Premier nel 1931 e nel 1933. Sulla panchina gli succederà George Allison, che in quella finale di FA Cup era nella cabina di commento a fare la radiocronaca della quinta partita in assoluto ad essere trasmessa sulla BBC. Per onorare il passato e il presente di Herbert Chapman, quel giorno di aprile Arsenal e Huddersflied escono insieme dal terreno di gioco. Una tradizione che resiste, ancora oggi. Proprio come il mito di Chapman.

A cura di Filippo Gambarini