La lotta sociale di Marcus Rashford

Alla fine ce l’ha fatta. Con perseveranza, dedizione e impegno Marcus Rashford è riuscito a fare ancora una volta la differenza. Questa volta, però, il rettangolo verde non c’entra. Nessun gol all’esordio (la sua specialità), nessun dribbling ubriacante, nessuna punizione alla Cristiano Ronaldo, nessun record battuto. A dire la verità non ci sono le parole giuste per spiegare quanto realmente abbiano inciso le sue recenti azioni sul benessere di milioni di persone nel Regno Unito e quanto valore sociale abbia avuto il suo ultimo gesto, ma possiamo senza dubbio spiegare le motivazioni che hanno spinto Marcus Rashford a diventare, a soli 22 anni, un modello da imitare e fonte d’ispirazione per un’intera generazione.

Per farlo, dobbiamo riavvolgere il nastro al 1998, quando Rashford vede la luce a Northern Moor, quartiere esattamente a metà tra il centro e l’aeroporto di Manchester. Siamo a sud della città, in un’area residenziale ma piuttosto povera, abitata da operai che si svegliano alle prime luci dell’alba per andare a lavorare in una delle aree vicine, che oltre a Manchester includono Stockport (uno dei luoghi più industrializzati del nord d’Inghilterra), Altrincham e Sale, l’aeroporto (che da da mangiare a più di mille persone) oppure le aree più periferiche e dimenticate di Manchester come Rusholme, Levenshulme, Chorlton e Stretford. A 8 km da casa di Marcus, invece, si trova Old Trafford, lo stadio di casa della sua squadra del cuore e impianto che lo vedrà protagonista con il passare degli anni.

La sua infanzia è la classica infanzia di un ragazzo che nasce nella periferia di una grande città inglese da una famiglia povera e svantaggiata. Sembra un cliché, ma come vedrete sarà proprio il calcio a salvarlo da una situazione che, arrivato a una certa età, sembrava essere diventata insostenibile. Sin dalle elementari Rashford appartiene a quella categoria di bambini che la mattina, quando si svegliano, non sono certi di quanti pasti potranno consumare durante il giorno. I suoi genitori non possono garantirgli sempre una colazione o un pranzo e come migliaia di altri bimbi sparsi per tutta l’isola deve fare affidamento alla generosità di un compagno di classe e agli aiuti governativi.

Sua madre, per ironia della sorte, è una di quelle maestre che appena sveglia non riesce a garantire del cibo  al proprio figlio ma che dalle 8 in poi è in prima linea alla scuola locale per distribuire i pasti gratuiti (un momento della giornata conosciuto come breakfast club) forniti dal governo a tutti quei bambini che non hanno avuto la possibilità di fare colazione o di cenare la sera precedente. Marcus ricorda ancora (e non ha timore a renderlo pubblico) di quando suonava l’ultima campanella e lui si avvicinava timidamente a uno dei suoi amici più stretti chiedendogli di farsi mettere un biscotto o un pezzo di torta in più nello spuntino che si faceva preparare la mattina con cura dalla madre, così che anche lui avrebbe potuto usufruirne.

Solo oggi Rashford è in grado di parlarne liberamente, ma è conscio di quanto la categoria dei “bambini che non possono permettersi un pasto al giorno” sia avvolta da uno stigma che li rende inferiori agli occhi degli altri bambini e della società in generale.

All’età di 4 anni, ha la fortuna di cominciare a giocare per i Fletcher Moss Rangers, una squadra locale nella quale suo padre Robert collabora come allenatore per una delle squadre giovanili. Quel ragazzino così magro ma pieno di vita, ha bisogno di uno spazio più grande del salotto di casa per far vedere di cosa è capace, anche perché a casa mamma Melanie è stanca di raccogliere i cocci dei soprammobili rotti dal figlio che gioca con qualsiasi cosa ricordi un pallone. Marcus non realizza, ma sarà quello il momento che cambierà la sua vita: pochi anni più tardi, è chiaro che sia un bimbo dotatosi qualità rarissime, a tal punto da  essere notato da alcuni scout dell’academy del Manchester United che non si lasciano scampare l’occasione e contattano il padre per la firma dei permessi necessari al suo trasferimento con i Red Devils.

Ma anche in quel caso, per Marcus nulla è scontato. Anzi, solo per arrivare al campo d’allenamento, deve prendere due autobus diversi e camminare per circa un chilometro. Nulla di nuovo se non fosse che da quelle parti il buio non si fa attendere e quando torna a casa non deve distrarsi per nulla al mondo se non vuole rischiare di essere aggredito o derubato. Sembra impossibile, ma da quelle parti funziona così. È una guerra tra poveri, dove a perdere sono sempre e comunque i poveri.

 

Anche perché, breakfast club di cui parlavamo prima per esempio, in molti casi rappresentano gli unici pasti giornalieri per centinaia di migliaia di bambini, tra i quali in passato  c’era anche Marcus Rashford. Sembra sempre troppo facile parlare del giovane talento nato da una famiglia povera e diventato poi multimilionario ma è quasi impossibile parlare di quello stesso multimilionario in prima linea per combattere gli stessi problemi che lui stesso, pochi anni prima, era costretto a fronteggiare ogni giorno.

È per questo motivo che Marcus Rashford è diventato un modello da imitare. La fame vera e propria che ha patito da bambino si è trasformata in fame di giustizia per tutti coloro che versano ancora in quelle situazioni. Per le madri o i padri costretti a fare tre lavori pur di garantire un’istruzione ai loro piccoli. Per i bambini che oltre a non poter mangiare, si ritrovano in famiglie composte da genitori alcolizzati e violenti o, peggio ancora, malati di profonde depressioni, che nel silenzio più assordante mietono un numero di vittime spropositato. Ma lo fa anche per quei bambini che magari non hanno nessuna di queste problematiche ma che vedendolo ogni weekend segnare con la maglia della loro squadra del cuore, sperano un giorno di diventare come lui.

Nelle ultime 48 ore Rashford ha lanciato una campagna social #MaketheUturn per sollecitare il governo a fare marcia indietro rispetto alla decisione di sospendere i fondi destinati alle forniture di cibo per le famigli più povere, che avrebbe lasciato 3 milioni di bambini senza un pasto per i prossimi tre mesi. Una campagna che ha raggiunto milioni di persone ed è stata supportata da importanti personalità del mondo dello sport britannico come Gary Lineker o la Federazione Inglese, fino ad arrivare al 10 di Downing Street, la residenza del Premier britannico.

Dopo una prima fumata nera, che aveva visto Boris Johnson e il suo staff escludere la possibilità di fare marcia indietro, è arrivata la tanto sperata fumata bianca: il governo investirà ulteriori 120 milioni di sterline per garantire un pasto gratuito a milioni di famiglie in tutto il Regno Unito, così da non lasciar solo nessuno dei 3,2 milioni di bambini sparsi per l’isola da qui all’inizio del prossimo anno scolastico previsto per ottobre.

Marcus ce l’ha fatta. In un colpo solo è diventato l’idolo dei ragazzi più giovani e il salvatore agli occhi delle famiglie più bisognose. Il suo aiuto è stato riconosciuto anche dal Liverpool, storica rivale del suo Manchester United, che in un tweet ha ringraziato l’attaccante inglese specificando come “il suo impegno aiuterà tutti, anche i bambini del Merseyside”.

Marcus è bravo nel suo lavoro: è un giocatore dalle infinite capacità, veloce, bravo palla al piede, quasi perfetto nel calciare punizioni e rigori, abile nel trovare il gol con frequenza. Non sarà il più forte ma è sicuramente uno di quelli che ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta durante il lockdown a raccogliere 20 milioni di euro e aiutare i senzatetto di Manchester. Ce l’ha fatta a realizzare i suoi sogni e diventare l’uomo che i suoi genitori con tanta fatica e sacrificio hanno cercato di plasmare. Ce l’ha fatta perché nessuno, fino ad ora, si era spinto così in là, sfruttando la sua immagine, il suo peso dal punto di vista mediatico ma soprattutto la sua esperienza. Ce l’ha fatta davvero e dirgli grazie non siamo solo noi che riceviamo certe notizie ma tutti quei padri e quelle madri che senza di lui, probabilmente, non sarebbero riusciti a regalare i figli anche solo un sorriso.

Bravo Marcus.