Look, violenza e Rock’n’roll: origini e sviluppo dei Teddy Boys

“Il mio primo ricordo risale a quando ero bambino negli anni ‘50, quando ho assistito alla prima generazione di ted. Avevo circa 10 anni e ogni città aveva un suo gruppo di Teddy Boys. Incutevano timore, i genitori avevano paura che i loro figli diventassero come loro e mio padre mi spaventava con frasi come ‘dovrei direi ai ted di darti una sistemata’”.

Questa rapida ma precisa istantanea sui Teddy Boys è frutto della personale esperienza di Chris Steele-Perkins, celebre fotografo che insieme a Richard Smith pubblicò nel 1979 The Teds, una delle più autorevoli fonti su quella che viene oggi definita la prima sottocultura britannica della storia. L’analisi di Steele-Perkins e Smith prese vita quando venne commissionato loro un pezzo sul revival anni ’70 del movimento, nato circa vent’anni prima in una Gran Bretagna che stava cominciando a lasciarsi alle spalle i primi cupi anni del dopoguerra.

I Beatles non si conoscevano ancora tra di loro, la crisi di Suez era alle porte, il primo ministro inglese era Winston Churchill e il rock‘n’roll si stava rapidamente trasformando in un genere globale, capace di coinvolgere decine di migliaia di giovani in parti diverse del mondo. Il razionamento dei beni stava per concludersi, nuovi locali ed esercizi commerciali cominciavano a comparire nelle grandi città, la Pop Art iniziava a farsi largo globalmente accanto alla crescita del movimento dei Free Cinema. Ma se la ripresa economica garantiva migliori condizioni di vita per chi aveva conosciuto l’austerità della guerra in prima persona, per intere generazioni di giovani inglesi, provenienti per lo più dalla working-class britannica, le prospettive rimanevano instabili e offuscate da un sistema educativo obsoleto e da una leva militare che imponeva ancora due anni di servizio obbligatorio.

I Teddy Boys si sviluppano quindi in un contesto storico particolare, in cui la società stava cambiando velocemente per mettersi al passo di un mondo radicalmente cambiato dopo la guerra. Il benessere economico dei primi anni ‘50 tocca parzialmente anche le classi più colpite durante il conflitto, la mobilità sociale cresce e le possibilità di entrare nel mondo del lavoro diventano sempre più concrete, permettendo anche a chi non ne hai mai beneficiato di accedere a nuovi modelli di consumo. Ma in una società che “continuava a sostenere che i ceti medi avessero il diritto di imporre dei modelli morali a un gruppo di persone”, come scrive George Melly in Owning Up, le generazioni di adolescenti della prima metà degli anni ’50 si sentivano ‘intrappolate’, costantemente in lotta in una “situazione claustrofobica” – per usare le parole dello scrittore Barry Miles – che sfociava spesso in frequenti rivolte, risse di strada e atti di vandalismo. La delinquenza legata ai Teddy Boys era però spesso “gratuita”, slegata da legami politici, religiosi o sportivi, tanto che i disordini registrati in quegli anni fanno riferimento a rivolte generalmente estemporanee. I disordini legati al football, per il quale i Teddy Boys nutrivano comunque un diffuso interesse, rimangono confinati a pochi trafiletti sui tabloids riguardanti alcuni episodi avvenuti in particolar modo a Liverpool, Brighton e dintorni di Londra.

Le origini sottoculturali dei Teddy Boys rimandano al 1953, quando il Daily Express si riferisce a questo nascente fenomeno culturale con l’appellativo di ‘Teddy’, storpiatura di ‘Edwardian’, termine con cui ci si riferiva allo stile dei dandies dell’Età Edoardiana riproposto a inizio anni ’50 dai sarti di Savile Row, una delle vie del centro di Londra tradizionalmente associata all’alta sartoria inglese. La ripresa di quel look, inizialmente pensata per i gentlemen londinesi, finisce presto per diventare un vero e proprio marchio di fabbrica degli spiv, delinquenti che si arricchivano attraverso traffici illegali di merci di vario genere. Il look dandy neo-edoardiano viene quindi gradualmente associato alla criminalità, allontanando la media borghesia e avvicinando contestualmente gruppi di ragazzi e teppisti indicati inizialmente come cosh boys – e successivamente come ‘Teddy’ in seguito al nickname coniato dal Daily Express nel ’53 – che adottano quello stile e lo fanno proprio con una serie di modifiche che contribuiranno a renderlo distintivo e identitario.

Blazer scuri, drape jackets, maglie a collo alto (chiamate anche ‘Mr. B’s), gilet, Jeans a sigaretta a vita alta e calzini bianchi diventano imprescindibili nel look dei Teddy Boys, completato da scarpe ‘creepers’ e vistoso ciuffo sulla fronte – il celebre quiff, tenuto in piedi con consistenti dosi di brillantina, accompagnato dai capelli tirati indietro a formare il ‘duck’s arse’, “culo d’anatra”. Il piano stilistico non è però l’unico elemento d’aggregazione per i Teddy Boys, il cui look è sin dai primi tempi sinonimo di vandalismo e delinquenza. Intorno alla metà degli anni ‘50 le connotazioni violente dei Teddy Boys vengono riconosciute e sottolineate dalla stampa inglese, la quale contribuisce in maniera massiccia al moral panic scaturito dopo un fatto di cronaca avvenuto nell’area di Clepham Common (Londra), raccontato così nel libro Bande: un modo di dire: “In una rissa tra una banda di teds e un gruppo di altri ragazzi, scoppiata quando uno dei Teddy fu insultato, un giovane rimase ucciso […]. Autorità, stampa e opinione pubblica indicarono unanimi nei Teddy Boys il simbolo e al tempo stesso il capro espiatorio della decadenza dell’Inghilterra, nonché l’incarnazione di quella nuova devianza e ‘delinquenza’ giovanile che esplodeva contemporaneamente nelle metropoli di molti Paesi”.

Sui vari tabloid inglesi spuntano diversi articoli che concordano unanimemente sulla natura rissosa e quasi ‘malata’ dei Teddy Boys, “incapaci di intendere e di volere, che soffrono tutti di una forma di psicosi” e “bisognosi della rieducazione in un istituto psichiatrico” (Evening News, 1954). La farcitura dei media dà ancor più risonanza alle varie bande, che non perdono così occasione di manifestare la loro ribellione in atti sempre più plateali e appariscenti. “I cinema, le sale da ballo e altri luoghi dello svago nella parte sud orientale di Londra stanno chiudendo le porte ai giovani in abiti ‘edoardiani’ per via del teppismo delle bande”, scriveva il Daily Mail nel 1954, “i sedili dei cinema sono stati squarciati con rasoi e ci si trovano decine di spiedini infilati dentro”. Uno degli episodi più controversi che hanno contribuito a rendere il movimento in parte associato alla xenofobia – nonostante la loro natura generalmente apolitica –, riguarda i cosiddetti “Notting Hill race riots” del 1958, durante i quali alcuni Teddy Boys avrebbero preso parte a rappresaglie e aggressioni contro alcuni immigrati che vivevano nel quartiere mescolandosi con bande razziste e neonaziste, supportate dal movimento di estrema destra ‘White Defence League’.

Alla componente ‘aggressiva’ e al look distintivo dei Teddy Boys si associa sin dai primi anni anche una forte connotazione musicale, che si manifesta attraverso il largo apprezzamento per il rock’n’roll da parte delle prime formazioni sottoculturali. Le voci e i pezzi di Elvis Presley, Eddie Cochran, Bill Haley attraversano l’Atlantico per arrivare nelle case dei giovani adolescenti inglesi e nei locali londinesi che contribuiscono al loro immediato successo. La necessità di non uniformarsi ai vecchi canoni della working-class britannica e alla cultura dominante, di costruire un’identità di gruppo ben precisa e in netta contrapposizione con il passato convogliano proprio nella musica e in quel rock’n’roll così demonizzato oltreoceano da diventare proprio per questo motivo un manifesto della ribellione giovanile. Sulle note di Rock Around the Clock i Teddy Boys confermano tutte le azioni timorosamente descritte dalla stampa inglese, creando disordini, sfidando la polizia e assaltando i cinema. “La cosa sbalorditiva riguardo il rock’n’roll è che i ragazzotti che diventano preda di estasi credono sinceramente che si tratti di qualcosa di nuovo o meraviglioso. Il rock’n’roll si suona nella giungla da secoli. Ritengo francamente che se il rock è in grado di incitare i ragazzi alla rivolta e alla rissa rappresenta, com’è ovvio, il male”, scriveva sul Times un indignato Sir Malcolm Sargent, celebre direttore d’orchestra e compositore britannico.

Nonostante il carattere violento che ne ha segnato lo sviluppo, la componente ‘rock’ dei Teddy Boys rimane quella più distintiva, che finirà per favorire la loro parziale ‘fusione’ sottoculturale con i Rockers anni ’60. Verso la fine del decennio i teds cominciano infatti a lasciare il posto ad altre subcultures (in particolar modo Mods e, appunto, Rockers) che avranno valori e aspetti comportamentali molto differenti, ma caratteristiche talvolta riconducibili a quelle riscontrate per la prima volta nei Teddy Boys degli anni ‘50.