100 anni di Leeds: i primi anni ’90 e i sogni di gloria di Ridsdale

Ad aprire le porte dei training grounds di Fullerton Park a Gary Speed e David Batty, due icone della rinascita del Leeds United di inizio anni ’90, è una figura la cui importanza è scolpita nel bronzo della statua che campeggia davanti a Elland Road. L’ex stella e poi manager dal 1985 Billy Bremner recluta in prima squadra Speed e Batty in un Leeds che dopo la ‘Don Revie Era’ era nuovamente precipitato in Second Division e cercava disperatamente di tornare là dove tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 aveva stravolto la leadership delle grandi d’Inghilterra. Nonostante una carriera da manager tutt’altro che indimenticabile, l’intuizione di Bremner – che con i Whites ha vinto praticamente tutto, sfondando la soglia delle 500 presenze e diventando a tutti gli effetti una leggenda del club – contribuisce a strutturare una rosa che a inizio decennio sembrerà poter inaugurare una nuova epoca d’oro per il Leeds.

A beneficiare della lungimiranza di Bremner è Howard Wilkinson, che prende in mano il Leeds nel 1988 dopo il cambio di marcia imposto dalla dirigenza, più che mai decisa a riportare i Whites in First Division. Nel giro di un anno a Wilkinson riesce ciò che non era riuscito a Bremner nei quattro anni alla guida del club: alla fine della stagione 1989/1990 il Leeds torna nella massima serie del campionato inglese, contando su un organico impreziosito dagli acquisti di Gordon Strachan, Vinnie Jones, Mel Sterland, Lee Chapman e Chris Fairclough, a cui si aggiunge in estate Gary MacAllister, che con Strachan, Speed e Batty completerà uno dei reparti più forti e iconici della storia del calcio inglese. Nella stagione successiva, la prima dopo la promozione, il Leeds sembra poter ricalcare, nei modi e nei tempi, la vertiginosa ascesa della squadra di Don Revie, che nel giro di due anni era passata dal rischio retrocessione in terza divisione al secondo posto in First Division nel 1965.

Nella stagione 90/91 il Leeds chiude quarto, sorprendendo per il rendimento di alcuni giovanissimi giocatori e per le prestazioni di chi, come Strachan, era considerato da molti sulla via del tramonto. Quando arriva nel West Yorkshire, Strachan ha 31 anni e nessuna intenzione di arrendersi all’idea che la stampa si era fatta sulla sua resa in campo: “Sento ancora di avere molto da dare. Sono qui per cercare di migliorare il Leeds e riportarlo dove gli compete”. L’influenza di Strachan su quel Leeds si traduce anche nelle parole di un giovane Gary Speed, che rimane colpito dalla professionalità dello scozzese, tanto da indurlo a farsi un silenzioso esame di coscienza sulle sue abitudini alimentari: 

“L’impatto che Gordon ha avuto su di me è stato incredibile. Quando ero un giovane giocatore del Leeds guardavo Gordon che mangiava banane e torte di alghe e mi chiedevo per quale diavolo di motivo lo facesse”, racconta Speed nel libro di Paul Abbandonato Gary Speed Remembered. “A quei tempi, se avevo fame, mi fermavo da Burger King. In allenamento, però, Gordon era diventato improvvisamente molto più rapido di me, e lì cominciai a rendermi conto che lui aveva ragione e io torto”.

Il Leeds dei primi anni ’90 stuzzica la fantasia e l’entusiasmo dei tifosi, che intravedono in quella squadra un’incredibile somiglianza con quella di Revie. La corazzata dei vari Bremner, Charlton, Hunter e Gray diventa il modello su cui sembra plasmarsi il Leeds di Wilkinson, con Chapman, Dorigo, Wallace e il quartetto Strachan-Batty-Speed-MacAllister che sembrano poter ripercorre i passi dei loro illustri predecessori. Speed arriva dalle giovanili del club dopo aver lasciato il Galles da ragazzino, mentre MacAllister – anche lui scozzese come Strachan – viene acquistato per circa un milione di sterline dal Leicester City. Ma tra i quattro quello che scalda maggiormente gli animi di Elland Road è l’unico inglese: David Batty. Nato e cresciuto a Leeds, ci mette poco a entrare nei cuori dei tifosi grazie alla sua determinazione e alla sua ‘fame’ in campo, che diventano presto i tratti distintivi del suo modo di giocare. Come riportato da These Football Times, il suo ex compagno di squadra Tony Dorigo aveva spiegato in un podcast tutto l’amore che il pubblico di casa era solito riservare a Batty: “Il primo gol che ho segnato con il Leeds è stato a Elland Road contro il Manchester City. Su una ribattuta dopo un corner ero riuscito a prendere al volo la palla con una mezza girata, infilandola sotto l’incrocio. Insomma, un gran gol. Ma qualche minuto dopo segna anche Batty. Mio Dio! Sembrava ci fosse stato un terremoto, a giudicare dal rumore sugli spalti. E tutto questo per un tap-in di merda! Lì fu chiaro quanto tutti amassero Batty”.

La stagione 1991-1992 parte in maniera promettente e prosegue con il Leeds che da agosto a gennaio perde solo il match contro il Crystal Palace, mantenendo sempre a vista la testa della classifica. A fine ‘91, la corsa al titolo comincia a diventare sempre più una sfida a due tra gli uomini di Wilkinson e il Manchester United. Nel tradizionale match di Capodanno i Red Devils perdono clamorosamente 4-1 contro il QPR, mentre il Leeds vince 3-1 contro il West Ham grazie alla doppietta di Chapman, pochi giorni prima dell’infortunio in FA Cup che costringerà il club a compiere una scelta che segnerà inconsapevolmente la storia del calcio inglese. Nonostante si sia costruito negli anni l’incrollabile fama di giocatore duro, rissoso e poco disciplinato, Eric Cantona sembra corrispondere perfettamente alle esigenze di Wilkinson e della dirigenza per sostituire ‘Chappy’. Il suo impatto sul calcio inglese è positivo e il suo contributo nella lotta al titolo contro, curiosamente, il Manchester United si traduce nei tre gol in altrettante vittorie che portano il Leeds a giocarsi tutto verso la fine di aprile.

Il rapido rientro di Chapman e, soprattutto, la brusca frenata degli uomini di Ferguson nelle ultime cinque giornate (tre sconfitte, un pareggio e una sola vittoria) finiscono per consegnare al Leeds United il suo terzo titolo in First Division dopo il 3-2 contro lo Sheffield United del 26 aprile 1992. Una data spartiacque per il Leeds e per l’intera piramide del calcio inglese, che a partire dalla stagione successiva ‘subirà’ la creazione della Premier League come organo autonomo rispetto alla Football League. Per i Whites, invece, quel giorno segna l’inizio di un insospettabile declino che raggiunge il suo punto più basso con il diciassettesimo posto della stagione 1992-1993. Lo scarso rendimento della squadra di Wilkinson finisce per fissare un nuovo standard per il Leeds, che per diversi anni non riuscirà più a competere per le primissime posizioni come a inizio anni ’90. 

L’incarico di Howard Wilkinson – che rimane comunque il secondo allenatore più vincente della storia dei Whites dopo Revie grazie ai titoli in First e Second Division e al Charity Shield del 1993 – termina nel 1996, dopo essere arrivato quinto per due stagioni consecutive e tredicesimo nella sua ultima da manager del Leeds. Al suo posto viene scelto George Graham, che nei primi tempi fatica ad alterare il rendimento della squadra che ha ereditato, chiudendo undicesimo e contribuendo all’appellativo di bore draw specialists, di esperti in pareggi ‘senza troppe emozioni’, che viene accostato al Leeds nel primo anno di Graham. 

Verso la fine della stagione 1996/1997, l’uomo d’affari e tifosissimo del Leeds Peter Ridsdale diventa presidente del club in un cambio di proprietà che finirà per segnare la storia dei Whites. Le promesse del nuovo proprietario alimentano i sogni e le speranze di un ambiente ancora ferito dall’involuzione della squadra dopo il titolo del 1992 e ora orientato a farsi cullare dalle rosee aspettative che l’arrivo di Ridsdale porta con sé. Il Leeds ereditato da Ridsdale è un club in salute, con una situazione finanziaria stabile e un seguito enorme che si traduce nei circa 40mila spettatori che affollano Elland Road nei matchdays. Dopo il tredicesimo posto del ’96 e l’undicesimo del ‘97, nella prima stagione di Ridsdale – in cui vengono acquistati Alf-Inge Haaland, David Hopkin e Jimmy Floyd Hasselbaink – il Leeds torna nelle zone alte della classifica, chiudendo al quinto posto e riguadagnando un posto in Coppa Uefa. Sono tempi felici anche per la tradizionalmente florida academy del Leeds che sotto la sapiente guida dell’ex leggenda del club Eddie Gray, dopo aver subìto una leggera ‘flessione’ a metà anni ’90, torna a produrre talenti che nel giro di poco tempo vengono arruolati a pieno regime in prima squadra.

Tra questi aveva cominciato a farsi notare un ragazzino australiano arrivato in Inghilterra 15 anni per fare un provino proprio con il Leeds. Il suo rendimento con le formazioni giovanili dei Whites, con cui vince la FA Youth Cup nel 1997, non viene ignorato da Graham, che decide di portarlo in prima squadra facendolo esordire nella sconfitta contro il Middlesbrough del marzo 1996. Da quel momento l’appena diciassettenne Harry Kewell comincia gradualmente a sfidare le gerarchie in rosa, diventando nel giro di pochi mesi un’opzione in più per Graham e un imprescindibile per O’Leary. Ma la fortuna del vivaio del Leeds non passa solo attraverso la figura di Kewell, alla quale negli anni immediatamente successivi si aggiungono giocatori come Paul Robinson, Jonathan Woodgate, Stephen McPhail e Alan Smith, destinati a diventare pedine fondamentali di un Leeds che sembra poter rendere concreti i sogni di gloria di Ridsdale.

I nuovi acquisti e i giovani promossi dal vivaio vanno a completare una rosa che già può vantare giocatori come Ian Harte, anche lui prodotto dell’academy, e Lee Bowyer, centrocampista voluto da Wilkinson e acquistato per circa 2,8 milioni di sterline dal Charlton nel 1996, che negli anni diventerà celebre anche per alcuni controversi episodi extra-campo (dalla positività alla cannabis nel ’94 alle minacce a un dipendente di un McDonald’s nel ’96, passando per la rissa in un nightclub nel 2000 insieme al suo compagno di squadra Woodgate). 

La rosa nelle mani di Graham è promettente e i primi paragoni con il Leeds di inizio anni ’90 o, addirittura, con quello di Revie non tardano ad arrivare. Ma nell’ottobre ’98, quando la stagione comincia a entrare nel vivo, George Graham abbandona Leeds per continuare la sua carriera da manager con il Tottenham Hotspur, lasciando un inaspettato vuoto sulla panchina dei Whites. Quella che però sembrava una mossa pericolosa per l’ambizioso progetto del Leeds, diventa inconsapevolmente l’incipit di un periodo particolarmente felice per il club di Ridsdale. Nonostante il primo nome sulla lista fosse Martin O’Neill, come sostituito di Graham viene scelto il suo vice David O’Leary, che nei patti iniziali doveva ricoprire il ruolo di caretaker, di ‘traghettatore’ fino a fine stagione. 

L’obiettivo della società era chiaro: continuare il progetto strutturato da Graham, cercando di non stravolgere la squadra a stagione in corso. Ma ben presto gli effetti della gestione di O’Leary cominciano a manifestarsi, rendendo evidente come la sua mano non sia affatto quella di un traghettatore. Per prima cosa, O’Leary comincia a schierare titolari molti dei giovani talenti provenienti dal vivaio del Leeds, come i vari Harte, Woodgate, Smith e McPhail che diventano presto fondamentali per il gioco diO’Leary. L’influenza dell’ex giocatore dell’Arsenal si riflette anche sul rendimento dei suoi, che a partire dal novembre 1998 cominciano a inanellare una serie di larghe vittorie intervallate da alcune dignitose sconfitte, come lo spettacolare 2-3 con cui escono tra gli applausi a Old Trafford contro il Manchester United.

A fine maggio 1999 il Leeds chiude al quarto posto, guadagnando automaticamente l’accesso alla Coppa Uefa. La guida di O’Leary trasforma il Leeds in una squadra rapida, che va spesso in profondità attraverso uno stile di gioco più offensivo rispetto a quello proposto dal suo predecessore. Con lui diventano quindi inamovibili Kewell, Bowyer e Harte e cominciano a scendere in campo sempre più spesso Stephen McPhail e un giovanissimo Alan Smith, che ci metterà pochissimo a diventare un idolo per la tifoseria di Elland Road. Radebe e Woodgate completano la difesa a tre (spesso in aggiunta a Harte), a supporto di un centrocampo che tra gli altri vanta Haaland, Hopkin e, nuovamente, David Batty, voluto fortemente da O’Leary per controbilanciare con la giusta dose di esperienza una rosa molto giovane. A contribuire fortemente al quarto posto del 1999 c’è poi Hasslebaink, che chiuderà il campionato con 18 gol e che, con una scelta che permetterà al Leeds di acquistare in una sola sessione Michael Duberry, Michael Bridges, Jason Wilcox, Darren Huckerby e Danny Mills, verrà venduto in estate all’Atletico Madrid per circa 12 milioni di sterline.

La rosa nelle mani di O’Leary all’alba della stagione 1999-2000 sembra poter competere con quelle sulla carta ben più attrezzate di Manchester United, Arsenal, Chelsea e Liverpool. Il girone di andata del Leeds spaventa le grandi, come legittimo che sia dopo due pareggi, tre sole sconfitte e quattordici vittorie nelle prime 19 giornate. Il titolo non arriva, ma la stagione sarà ugualmente trionfale grazie al terzo posto finale che qualifica il Leeds alla Champions League 2000/2001. Il campionato appena concluso – insieme all’ottimo percorso in Coppa Uefa, interrotto dal Galatasaray in semifinale – carica i Whites di enormi aspettative, portando Ridsdale a fare di tutto per cavalcare l’entusiasmo che sta travolgendo il club. Sfruttando i ricavi generati dalla qualificazione alla Champions League, Ridsdale decide di giocare letteralmente d’azzardo, accettando un prestito di circa 60 milioni di sterline per rinforzare la rosa, che potrà permettersi di ripagare solo attraverso un’ulteriore qualificazione in Champions del Leeds.

La mossa di Ridsdale è genuinamente ambiziosa e sembra poter nascondere l’alto rischio attraverso una campagna acquisti che promette spettacolo. In estate arrivano Dominic Matteo dal Liverpool, Olivier Dacourt dal Lens, Mark Viduka dal Celtic e in autunno Rio Ferdinand, che diventa l’acquisto più caro della storia del calcio inglese grazie ai 18 milioni di sterline che il Leeds decide di versare nelle casse del West Ham. Con una simile rosa – nella quale non fanno più parte solamente Hopkin, Haaland, Huckerby e Molenaar – la scommessa di Ridsdale sembra ampiamente coperta e il titolo in Premier League è molto più che una semplice suggestione. La stagione parte discretamente subendo però una brusca frenata – dopo lo storico 4-3 contro il Liverpool, travolto dai quattro gol di Viduka – tra fine novembre e dicembre 2000, quando il Leeds perde cinque partite in nove giornate precipitando all’undicesimo posto a inizio 2001. Ma il potenziale della rosa di O’Leary non tarda a manifestarsi: da gennaio ad aprile il Leeds perde solamente contro il Newcastle, unico neo in una striscia di undici vittorie e tre pareggi. Il titolo sembra lontano, ma la qualificazione in Champions League è tranquillamente alla portata e, a tre giornate dal termine, completamente nelle mani del Leeds. Ma il 5 maggio 2001 in un match tesissimo contro l’Arsenal – con i Gunners anch’essi in lotta per un posto nella massima competizione europea – il Leeds vede sgretolarsi il sogno qualificazione a causa del 2-1 firmato Ljungberg e Wiltord che costringe i Whites a giocarsi le ultime possibilità direttamente in Champions League, nella quale deve ancora affrontare il Valencia in semifinale.

Il destino risulta però essere particolarmente crudele con il Leeds, che con gli spagnoli perde il doppio confronto (0-0 e 0-3) e abbandona la Champions League dopo un percorso sensazionale durante il quale ha travolto in partite memorabili Milan, Besiktas, Lazio, Anderlecht e Deportivo La Coruña e messo paura al Real Madrid in uno spettacolare 2-3 al Bernabeu nella seconda fase a gironi. La mancata qualificazione rischia di pesare in maniera considerevole sulle casse del club, ma paradossalmente non sembra preoccupare più di tanto Ridsdale che decide di investire ancora milioni di sterline in un club per il quale ora vincere è diventato più che un imperativo.

Nel mercato estivo viene preso a titolo definitivo Robbie Keane, che si aggiunge a Robbie Fowler, e Seth Johnson, costati complessivamente circa 30 milioni di sterline. Nonostante un avvio promettente (la prima sconfitta arriverà solo a novembre), intorno a metà stagione il rendimento del Leeds comincia a crollare dando i primi indizi su quello che sarà l’epilogo finale. Tra gennaio e inizio marzo il Leeds saluta definitivamente la lotta per il titolo a causa dei quattro pareggi e delle tre sconfitte in appena due mesi. Nello stesso arco di tempo arriva anche l’eliminazione in FA Cup e in Coppa Uefa contro il PSV agli ottavi, che si accoda all’addio prematuro alla League Cup a novembre. Le sconfitte contro Manchester United, Tottenham e Fulham nell’ultimo terzo di stagione negano poi al Leeds la possibilità di tornare in Champions, costringendo Ridsdale a fare i conti con le sue rischiosissime scommesse.

A fine stagione la dirigenza esonera O’Leary, scegliendo come suo sostituto l’ex manager della Nazionale inglese Terry Venables, provando a dare una parvenza di progettualità a un club che è sul punto di crollare. La mancata qualificazione in Champions ha affossato le risorse del Leeds, ora costretto a fronteggiare una situazione economica tutt’altro che semplice da gestire. In estate Rio Ferdinand viene venduto al Manchester United in un’operazione che porta nelle casse del club circa 30 milioni di sterline che si riveleranno però abbondantemente insufficienti per salvare il Leeds dal baratro. La stagione 2002/2003 si apre con due vittorie ma prosegue nel segno di una crisi economica e di risultati che si traduce nelle dieci sconfitte tra agosto e dicembre e nella diaspora che si materializza nel mercato di gennaio. Durante la stagione alcune fonti vicine al club fanno sapere che il Leeds ha un buco in bilancio di circa 80 milioni di sterline, colmabile solo attraverso la vendita in massa di alcuni dei giocatori più rappresentativi della rosa. Nella finestra di mercato invernale il Leeds è quindi costretto a lasciar partire in un colpo solo Bowyer, Woodgate e Keane, detonando l’indignazione dei tifosi.

“Ho sempre cercato di rimanere in piedi continuando a guidare il Leeds, e finché sarò presidente di questo club continuerò a farlo”, afferma Ridsdale in una sofferente conferenza stampa a inizio febbraio. “Avremmo dovuto spendere così tanto in passato? Probabilmente no. Ma abbiamo vissuto un sogno. Solo prendendo le giuste decisioni oggi possiamo riaccendere la speranza per il futuro, che sarà più luminoso per tutti i tifosi del Leeds United perché abbiamo saputo prendere decisioni difficili”.

Il futuro non sarà affatto luminoso per i Whites, che a marzo assistono all’esonero di Venables proseguendo la striscia di risultati negativi che li fa scivolare al 15° posto finale. La cessione di alcuni pezzi pregiati non basta e a fine stagione il club deve rinunciare alla proprietà di Elland Road e dei nuovi training grounds di Thorp Arch. È l’inizio della fine: in estate salutano anche Nigel Martyn, Olivier Dacourt e Harry Kewell, ridimensionando ancora di più le speranze di salvezza del Leeds, che ora può solo affidarsi ai gol di Viduka, al talento di Smith e all’esperienza di Harte e di un ormai 34enne David Batty. Ma nel corso del 2004 il club entra in amministrazione controllata e nonostante una rosa comunque ancora affidabile non riesce a evitare una retrocessione che disintegra definitivamente le promesse di gloria di Ridsdale.

Le conseguenze di questa financial Russian roulette, come è stata definita da Simon Jose, fondatore della Leeds United Independent Supporters Association, sono di proporzioni bibliche, impensabili solo pochi anni prima quando il Leeds era in rampa di lancio e sognava di ricalcare l’ascesa di Don Revie. Con il 19° posto del maggio 2004 il Leeds saluta la Premier League, inaugurando un inarrestabile declino che nel giro di appena tre anni trascinerà i Whites nell’incubo League One. 

Nella terza divisione inglese il Leeds rimane per tre stagioni, tornando in Championship solamente nel 2010, dove rimane per un decennio esatto tra piazzamenti deludenti e una promozione sfiorata per un soffio durante il primo anno di Marcelo Bielsa

Oggi, a distanza di trent’anni dall’ultima promozione e a quattro partite dal termine del campionato, il Leeds del ‘Loco’ è sul punto di ritrovare il prestigio della Premier League. Ripercorrere le orme di Revie e Wilkinson sarà improbabile, ma iniziare a colmare un vuoto durato sedici anni è già un ottimo punto di partenza.

A cura di Gioele Anelli