100 anni di Leeds: Bielsa e un progetto che parte da lontano

Dopo 16 anni il Leeds United è tornato in Premier League al termine di una stagione vissuta da protagonista in Championship, guadagnando una promozione quasi mai in discussione durante l’anno. Alla guida del solido e promettente progetto del club c’è Marcelo Bielsa, che in questi due anni è riuscito a riportare a Leeds un entusiasmo che mancava da tempo. 

L’intuizione più vincente e determinante nella storia recente del Leeds United nasce da un dialogo sui sedili posteriori di un’auto, avvenuto circa due anni fa. Andrea Radrizzani e Victor Orta – rispettivamente proprietario e direttore sportivo – si stavano interrogando sul possibile successore di Paul Heckingbottom sulla panchina del club, dopo una stagione chiusa al tredicesimo posto e ben lontana dalle ambiziose prospettive della nuova dirigenza. Tra i tanti nomi spunta quello di Marcelo Bielsa, suggerito con fermezza e sorprendente lungimiranza da Orta, una figura chiave nella dirigenza del Leeds, un uomo spesso “teso ed emotivo, ma costantemente concentrato; bravo a cavalcare le critiche e fortemente dedito al lavoro”, come l’ha definito Phil Hay su The Athletic.

Quella che sembrava un semplice suggestione comincia a concretizzarsi nel maggio 2018, quando Bielsa era in realtà sul punto di ripartire dal Talleres, in Messico. La proposta di Orta piace a Radrizzani, tanto da spingerlo a risolvere la questione Heckingbottom e a strutturare un progetto in grado di convincere Bielsa in appena due settimane. Nei precedenti otto anni il Leeds non era mai riuscito ad andare oltre il settimo posto in Championship, contribuendo a fissare un nuovo e mediocre standard per le aspettative del club, ormai perennemente distante dalle zone alte della classifica. Al termine della stagione 2017/2018 la dirigenza decide quindi di compiere una scelta in linea con le proprie ambizioni e con la consapevolezza che il margine di errore è ampio e che qualche rischio è legittimo prenderselo. 

La decisione di ingaggiare Bielsa si cala perfettamente in questo contesto, sposandosi con la necessità di svoltare rispetto al recente passato e di dotare il Leeds di un’identità precisa in linea con le gestioni più celebri e vincenti del club. Con una differenza sostanziale nell’impronta tattica, quasi antitetica rispetto al dirty Leeds di Don Revie e forse più vicina al gioco espresso dai Whites di O’Leary e di Wilkinson a inizio anni’90. Nel disegno di Radrizzani e Orta vengono prese in considerazione tutte le legittime perplessità su un ‘personaggio’ come Bielsa, che nei piani dovevano essere – e nei fatti sono state – controbilanciate da un rendimento sinonimo di promozione: la Premier League conquistata qualche settimana fa è la ricevuta che certifica la scommessa vinta e che ripaga gli sforzi e i sacrifici di una dirigenza che ha scelto la follia del ‘Loco’ Bielsa per riportare il Leeds dove per molti avrebbe dovuto essere da tempo.

La firma sul contratto è stato l’ultimo atto di una trattativa che non ha mai dato un peso eccessivo agli episodi controversi, alla bassa percentuale di successi in carriera e all’originalità dei suoi principi. I tratti quasi caricaturali di Bielsa hanno spesso eclissato la qualità del suo lavoro, ridimensionata anche alla luce dei pochi titoli conquistati nella sua trentennale carriera. L’interminabile campionario di aneddoti che lo riguardano (dal celebre “Newell’s Carajo!” al discorso che immobilizzò lo spogliatoio dell’OM, passando per il report di otto pagine sul terzo portiere di una squadra di metà classifica), le frasi a effetto (come: “Un uomo che ha nuove idee è pazzo fino a quando le sue idee finiscono per trionfare” o “Se i miei giocatori mi conoscessero di più, gli piacerei molto meno”) e i tratti più iconici e surreali (le partite seguite seduto a bordocampo su un secchio rovesciato, le dimissioni da tecnico della Lazio poche settimane dopo la firma) hanno contribuito a rendere Bielsa una figura quasi mitologica che ha più volte offuscato il suo ruolo professionale e portato a minimizzare le lodi ricevute da calciatori e colleghi (Guardiola, su tutti). 

Riportando il Leeds in Premier League, Bielsa ha vinto un’eterna battaglia con i suoi detrattori, dimostrando in questi due anni nello Yorkshire che dietro alle citazioni da antologia e ai suoi metodi maniacali si nasconde un allenatore vincente

Il biennio di Bielsa: dalle perplessità ai sogni di gloria

Al momento della firma, le richieste indirizzate a Radrizzani, Orta e Kinnear – il direttore generale del Leeds – sono altissime, in termini economici, certo, ma anche in termini strutturali, come dimostrano le modifiche ai training grounds di Thorp Arch che Bielsa vorrebbe apportare. La diffidenza c’è, ma nel giro di pochi mesi scompare del tutto: a fine dicembre 2018 il Leeds è primo e intravede la Premier League alla fine di una strada sempre più in discesa. Il gioco di Bielsa piace, esalta diverse individualità – giocatori mai esplosi definitivamente (Jansson, Alioski, Klich), apparentemente sulla via del tramonto (Cooper, Dallas e Hernandez, che con Bielsa ha giocato le sue migliori stagioni una volta superati i 33 anni) e in rampa di lancio (Harrison, Roberts e Phillips) –, ricorda per certi versi il ciclico passato del Leeds e riaccende un entusiasmo che mancava ad Elland Road da oltre quindici anni. 

La stagione 2018/2019 prende però una piega inaspettatamente negativa nel girone di ritorno, con il Leeds protagonista di un calo che porta i Whites al terzo posto dopo aver raccolto un solo punto nelle ultime quattro partite di Championship. Tra il gesto di fairplay imposto contro l’Aston Villa nella penultima gara, lo scandalo spygate contro il Derby County – che si vendica eliminando il Leeds nei playoff – e le due sconfitte consecutive contro Wilgan e Brentford ad aprile, Bielsa manca una promozione che al giro di boa sembrava poco più che una formalità. A fine anno la delusione è tangibile e fonti vicine al club non escludono un cambio di gestione che avrebbe del paradossale. Come scrive sempre Phil Hay, “il giorno seguente [al match con il Derby], a Thorp Arch il suo staff aveva iniziato a sgombrare gli uffici e a sistemare le ultime faccende. Sembrava la fine […]. Le rigide tabelle di peso imposte da Bielsa ai giocatori erano state temporaneamente sospese verso il finale di stagione. Ma l’umore che si respirava a Thorp Arch faceva presagire che Bielsa potesse davvero andarsene”.

Nonostante la delusione, Radrizzani, Orta e Kinnear rimangono ancorati al progetto e decidono di rinnovare la fiducia a Bielsa dopo una serie di incontri che convincono la dirigenza a puntare ancora su di lui. L’opposizione alla cessione di Jack Clarke e la richiesta esplicita di mettere sul mercato uno dei leader carismatici del Leeds come Pontus Jansson vengono bilanciati da una serie di migliorie che Bielsa è fortemente convinto di poter attuare per guadagnare la promozione. Il mercato, in realtà, non sembra garantire un salto di qualità considerevole, perché le cessioni vengono compensate da arrivi a parametro zero e qualche prestito, che più che soluzioni per il futuro appaiono mosse di corto respiro. Bielsa vuole lavorare con i giocatori che ha a disposizione e che ha avuto modo di plasmare secondo le sue idee, proponendo qualche accorgimento solo dove la necessità è manifesta. L’addio di Jansson, in questo senso, porta all’arrivo di Ben White dal Brighton, che consapevole delle enormi potenzialità del suo centrale si mostra riluttante nel farlo partire a titolo definitivo. 

White è l’unico prestito che sembra effettivamente funzionare, poiché in grado di calarsi perfettamente nella mentalità della squadra sposando la filosofia di Bielsa dal primo allenamento. L’investitura del Loco nei suoi confronti, a dire il vero, non è stato uno passaggio immediato e automatico, tanto che nei primi tempi gli viene chiesto di cambiarsi e sistemarsi nello spogliatoio dell’under23. Ma una volta guadagnata la fiducia di Bielsa il vuoto lasciato da Jansson si riduce a tal punto da scomparire, riempito dalla personalità e dalla crescita di White, che chiude la stagione senza aver saltato nemmeno un minuto. A differenza però del classe ’97 del Brighton, Bielsa pone il veto – implicito – su quasi tutti gli altri nuovi arrivi, come dimostrano i complessivi 173 minuti in campo dei promettenti Ian Poveda e Jean-Kévin Augustin, in prestito rispettivamente da Manchester City e RB Lipsia e pressoché mai presi in considerazione dal tecnico argentino. Sintomo, questo, del fatto che per capire disposizioni e meccanismi di Bielsa ci vuole tempo e pazienza.

Puntare i piedi e interferire con le scelte di Bielsa, però, non rientra nei piani di Victor Orta, che decide di accantonare l’orgoglio e lasciare al Loco ogni decisione di campo, facendo filtrare tutta la fiducia che la società ripone nei suoi confronti. “Non chiedere mai la formazione a un allenatore e non dargli mai un consiglio a meno che non sia lui a chiedertelo”, ha sempre sostenuto Orta sulla base dei tanti insegnamenti impartiti da Ramón Monchi. Così Bielsa inizia a lavorare con una rosa quasi invariata rispetto alla stagione precedente e modellata con precisione scultorea in oltre un anno di gestione. L’impressione che ne deriva è quella di una squadra talmente abituata a giocare secondo determinati automatismi che pare sappia sempre cosa fare, quando farlo e come farlo al meglio, a una velocità che rende il gioco spesso indecifrabile per gli avversari. “Il modo in cui correvano e la rapidità con cui riuscivano a giocare hanno rappresentato un enorme problema per noi”, aveva commentato il capitano del Millwall Alex Pearce dopo il 2-3 a Elland Road dello scorso gennaio. Come Pearce, anche Paul Warne, allenatore del Rotheram durante la stagione scorsa, era rimasto impressionato dal gioco soffocante del Leeds: “Appena recuperi palla, loro ti sono immediatamente addosso, costringendoti a sbagliare. Nel giro di poco tempo questo meccanismo inizia a entrarti in testa e comincia ad affaticarti. Se la palla arriva al tuo terzino, devi essere sicuro di scegliere il passaggio perfetto, oppure il Leeds la recupera e ti sta di nuovo addosso. Diventa estenuante. Non c’è tempo per respirare”.

La costruzione di un’identità vincente

Le parole di Pearce e Warne sono pratici indicatori del gioco professato da Bielsa, in cui sono essenziali il posizionamento e la compartecipazione di tutti gli interpreti allo sviluppo di una manovra fluida e dinamica, nonché alla fase di non possesso, che nelle idee di Bielsa deve durare il minor tempo possibile e deve essere accompagnata da un pressing alto e organizzato per il recupero immediato della palla. Alla base della sua filosofia, ancor prima delle indicazioni tattiche, rimangono imprescindibili velocità di esecuzione e movimento continuo, con e senza palla: “Dico sempre ai ragazzi che il calcio è movimento, spostamento. Che bisogna correre, sempre. Qualsiasi giocatore, in qualsiasi circostanza, deve sempre avere un buon motivo per correre”. Quella che può sembrare semplice teoria da dare in pasto alla letteratura epica che circonda il suo personaggio, è nella realtà dei fatti un aspetto concreto nello sviluppo del gioco del Leeds. La costruzione della manovra è veloce, resa tale dagli scambi rapidi tra i giocatori che invertono continuamente posizione e combinano a uno o due tocchi muovendosi sempre in avanti. Non è un caso, per quanto riguarda le posizioni in campo, che più volte durante la stagione Luke Ayling e Stuart Dallas – i due terzini titolari – si siano trovati pienamente coinvolti nella manovra offensiva, spesso addirittura dalla parte opposta rispetto alla propria fascia di competenza (hanno concluso la stagione rispettivamente 4 e 5 gol e 5 e 3 assist). 

Il celebre 3-3-1-3 di Bielsa si è evoluto, adattato e spesso trasformato a seconda dell’avversario e dei momenti della stagione, abbandonando lo status di ‘dogma’ immutabile assunto durante la carriera del Loco per avvicinarsi alle esigenze della squadra e alle caratteristiche dei suoi giocatori. I moduli di partenza sono serviti semplicemente per dare un’impronta iniziale agli 11 in campo, un’indicazione precisa ma mutevole per occupare al meglio gli spazi contro avversari di volta in volta differenti: dal 3-3-1-3 si è passati al 4-1-4-1, con le varianti del 3-4-2-1 e del 4-2-3-1, cambiando quindi spesso formazione ma mantenendo inalterato il modo di interpretare il gioco. Davanti a Kiko Casilla si alternano principalmente in quattro: Ben White, Liam Cooper, Luke Ayling e Stuart Dallas, con Barry Douglas, Gaetano Berardi e Ezgjan Alioski (a volte utilizzato come terzino sinistro con la difesa a quattro) a dare una mano nelle rotazioni. A centrocampo Mateusz Klich e Pablo Hernandez (solitamente posizionato avanti di qualche metro) vengono sistemati a supporto di Kalvin Phillips, lo ‘Yorkshire Pirlo’, fulcro del centrocampo del Leeds che per alcuni potrebbe essere il giocatore che manca alla Nazionale di Southgate. In mezzo al campo trovano spazio anche Jamie Shackleton e gli stessi Alioski e Dallas, a conferma della duttilità tattica che Bielsa richiede ai suoi giocatori, spesso schierati in 2-3 posizioni diverse a seconda dei casi. Davanti, invece, il tridente rimane quasi sempre invariato e costruito attorno Jack Harrison (per cui è già stato ufficializzato il rinnovo del prestito), Patrick Bamford e Helder Costa, acquistato a titolo definitivo dal Wolverhampton, alternati con Eddie Nketiah (che a gennaio però è tornato all’Arsenal) e il promettente attaccante gallese Tyler Roberts.

Nel corso della stagione la macchina diventa quasi perfetta, evidenziando l’efficacia del lavoro di Bielsa sugli aspetti da migliorare messi nero su bianco alla fine dello scorso campionato. Dal quinto posto toccato all’undicesima giornata dopo la sconfitta contro il Millwall, il Leeds sembra non fermarsi più: dopo quella gara arrivano undici risultati utili consecutivi che proiettano i Whites in testa alla classifica, da lì in avanti abbandonata solo per tredici giornate complessive (nelle quali non è comunque mai andato sotto al secondo posto). L’incipit del 2020, però, non è certo promettente e preoccupa i tifosi, che intravedono lo spettro di un’altra promozione compromessa sul più bello: i due pareggi, le quattro sconfitte e la sola vittoria tra gennaio e i primi di febbraio sembrano ridimensionare le rosee aspettative del Leeds, spaventato da una frenata così brusca. Ma dopo il pareggio con il Brentford dell’11 febbraio, gli uomini di Bielsa ritrovano punti e condizione, perdendo una sola gara fino alla chiusura del campionato e certificando la vittoria del titolo dopo la sconfitta del West Bromwich contro l’Huddersfield nella penultima giornata.

La promozione è solo la punta dell’iceberg del lavoro di Bielsa, capace di orientare una squadra (e, in senso ancora più ampio, un club) a credere ciecamente in lui e nel suo modo di interpretare il calcio. Quantificare l’influenza e i meriti di Bielsa non è semplice, ma c’è un dato che senz’altro può aiutare a farlo: la rosa ereditata al momento della firma aveva un valore di mercato che si aggirava intorno ai 54,95 milioni di euro, inferiore – secondo la stima di Transfermarkt – a quello di altre nove squadre di Championship. Nonostante l’organico sia cambiato ben poco, il valore è aumentato gradualmente (decimo rispetto alle altre rose nella stagione 2017/2018, settimo nel 2018/2019 e terzo al termine della scorsa stagione), dimostrando in maniera concreta quanto la gestione del Loco abbia avuto un peso considerevole sulla crescita del Leeds in questi due anni. 

L’impressione però è che al di là di questi dati la rosa rimanga forse ancora troppo ‘acerba’ per una salvezza tranquilla, sia per quanto riguarda i valori in campo, sia per le poche presenze in Premier League dell’organico – solamente Bamford, Forshaw, Costa, Cooper, Roberts e Hernandez hanno assaggiato i campi di Premier e l’unico con almeno 50 presenze è lo spagnolo (57), mentre Cooper e Roberts sono stati poco più che comparse (144 minuti complessivi). Le perplessità sulla resa di un club che non ha ancora agito con decisione sul mercato (le speranze di acquistare Ben White a titolo definitivo sembrano ormai irrisorie) vanno di pari passo con la curiosità di vedere Bielsa allenare a questi livelli. Come ha scritto qualche settimana fa Jonathan Liew sul Guardian, “non si tratta tanto di come Bielsa riuscirà ad ‘affrontare’ la Premier League, quanto di come la Premier League ‘affronterà’ Bielsa. Cosa succederà, esattamente, quando un uomo così legato ai suoi principi, diretto, si scontrerà con il campionato meno ‘di sani principi’ e più materialista del mondo? Cosa capiterà, insomma, quando il più umano degli allenatori verrà catapultato in questa nonsense machine?”. 

Difficile quindi immaginare come andranno le cose e quanto Bielsa riuscirà a replicare il suo gioco anche in Premier League. Ma come dice spesso lui, “quello che non ci si può permettere è che i giocatori smettano di lottare” e i risultati, come sempre, potranno essere solo una conseguenza.

A cura di Gioele Anelli