Come la Premier League si sta preparando a riaccogliere i tifosi

L’inizio della nuova stagione è alle porte e, come previsto, governo e Premier League sono a lavoro per provare a riportare gradualmente i tifosi negli stadi. L’obiettivo su cui sembrano orientati gli organi coinvolti è quello di riaprirli parzialmente, consentendo ai club di poter sfruttare circa il 30% della capienza massima dell’impianto. In Inghilterra la ricerca di una soluzione efficace è incessante, ma sicuramente fino a fine settembre i match di Premier saranno a porte chiuse, intervallate da qualche test in gare per cui non è prevista una grandissima affluenza – si pensa già di permettere ai tifosi di assistere ad alcune gare di EFL Cup e EFL Trophy durante il prossimo mese, sulla base di quanto fatto nell’amichevole tra Brighton e Chelsea all’Amex Stadium di qualche giorno fa. Ma benché la strada possa sembrare in discesa per certi aspetti, le difficoltà sono considerevoli e le questioni da risolvere non si limitano certo a qualche cavillo burocratico.

Ingressi ridotti e gestione degli spazi

Secondo una stima del Financial Times, nell’ultima stagione i club di Premier League hanno ‘perso’ circa 850 milioni di sterline di ricavi a causa dell’assenza di tifosi da febbraio. È quindi chiaro che la riapertura – seppur parziale – degli impianti sia una priorità per i club, intenzionati a trovare una soluzione quanto più rapida possibile anche in previsione di un eventuale nuovo stop. La Sports Grounds Safety Authority (SGSA), l’agenzia governativa responsabile della sicurezza negli stadi inglesi e gallesi, ha pubblicato una bozza di 85 pagine contenente una lunga serie di linee guida per aiutare le squadre di calcio a elaborare piani di distanziamento sociale prima, durante e dopo le partite di Premier League. Permettere di sfruttare il 30% della capienza degli impianti è un obiettivo concreto ma decisamente ambizioso, anche e soprattutto perché risulta complicato applicare determinate direttive in maniera omogenea per tutti gli stadi di Premier Leagie (basti pensare, ad esempio, alle enormi differenze strutturali, ambientali e geografiche tra Craven Cottage e il Tottenham Hotspur Stadium).

Presumibilmente per molti club non sarà possibile aprire i propri impianti oltre al 20% della rispettiva capienza (persino il Manchester City, secondo il Financial Times, sembra intenzionato a consentire l’ingresso ad appena 13.500 spettatori sulle sue tribune, circa un quarto della capacità totale). Non tanto per il distanziamento sui seggiolini – che paradossalmente risulterebbe il più semplice degli aspetti da gestire – quanto per l’organizzazione degli spazi e dei flussi di entrata e uscita dagli spalti, l’utilizzo e il posizionamento dei bagni e la distribuzione di cibo e bevande. Per club con risorse considerevoli e in stadi particolarmente grandi e nuovi, la soluzione più efficace potrebbe essere quella di bloccare alcuni ingressi, sistemare i bagni pubblici all’esterno dell’impianto e predisporre un servizio di ‘take away’ tramite app e wifi dello stadio con consegna direttamente al proprio seggiolino per quanto riguarda food and drinks.

Ma la preoccupazione più diffusa tra gli enti coinvolti nell’elaborare una strategia vincente riguarda il come e il quando i tifosi arrivano e lasciano lo stadio. Come ha evidenziato The Athletic in un articolo di qualche settimana fa “è significativo che uno dei primi consigli che la SGSA ha dato ai club è stato quello di tenere e osservare i filmati delle telecamere a circuito chiuso prima del lockdown. Più le società sono a conoscenza di come e quando i loro tifosi arrivano allo stadio, meglio è. Non ha senso elaborare piani precisi per tenere separate le persone nello stadio se non si pensa a ciò che accade fuori dai cancelli”.

Biglietti, abbonamenti e partite in tv

Ammesso che si riesca a riempire il 30% dei seggiolini a disposizione in ogni stadio, rimane aperto un altro grande quesito: chi avrà diritto ad occuparli? La questione è delicata e non conosce ancora a una risposta chiara, definita e univoca per tutti i club di Premier League. Prima di entrare nel dettaglio e per capire quanto non sia semplice trovare una soluzione, vanno premesse due cose fondamentali: 1) molte squadre hanno già predisposto la vendita e il rinnovo degli abbonamenti; 2) a differenza della Serie A, le partite di Premier League non sono completamente visibili in TV. Delle 380 totali, infatti, ne verranno trasmesse solamente 220 (20 in più dell’anno scorso), di cui 140 su Sky Sports, 58 su BT Sport e 22 su Amazon Prime.

La prima conclusione che si deduce è che per quasi ogni tifoso non sarà possibile seguire tutte le partite della propria squadra, né allo stadio, né in televisione (considerando anche che l’apertura dei settori ospiti non sembra un’ipotesi al momento percorribile, se non per alcune squadre della stessa città sulla base di accordi reciproci). Questo avverrà non solo per gli spettatori ‘saltuari’ e per i possessori di una membership, ma anche per quanto riguarda gli abbonati, il cui ingresso non potrà chiaramente essere sempre garantito e a cui presumibilmente verrà rimborsato il costo del singolo biglietto della partita che saranno costretti a saltare. Per cercare di aggirare il problema degli accessi limitati, l’amministratore delegato della Premier League Richard Masters ha proposto di introdurre il “clinical passport”, una sorta di scheda sanitaria che permetta agli spettatori che hanno certezza di negatività al Covid-19 di poter acquistare i biglietti senza problemi. Per il momento, però, rimane un sistema non del tutto pronto (o del tutto sicuro) per essere messo in pratica nel breve termine.

Come ha ammesso Matt Slater, giornalista di The Athletic interpellato a riguardo, “l’intera questione degli abbonamenti è un po’ confusa a essere onesti. Le biglietterie dei club sono state sommerse di lavoro negli ultimi mesi, tra i rimborsi della scorsa stagione, come provvedere a tali rimborsi e quando e come iniziare la vendita dei nuovi abbonamenti […]. Da quello che ho sentito, molti abbonati hanno rinnovato nonostante non sapessero a quante partite potranno partecipare e in quali circostanze […]. Penso che sia che club che i tifosi dovranno essere flessibili e accettare che questa non sarà una stagione normale”.

Il problema degli abbonamenti e dei posti limitati si riflette quindi sulla spinosa questione dei diritti tv. Tim Payton, membro dell’Arsenal Supporters’ Trust, ha fatto domanda alla Premier League affinché tutte la partite in calendario vengano trasmesse in diretta fino alla riapertura completa degli stadi per consentire in particolar modo agli abbonati di non perdersi le partite a cui non possono accedere per via delle nuove misure di sicurezza. Per il momento la Premier League ha fatto sapere che tutte le 28 partite in programma a settembre verranno trasmesse dai provider già esistenti (Sky Sports, BT Sport e Amazon Prime, appunto) dal momento che per tutto il mese gli stadi rimarranno ancora chiusi. Per i mesi successivi, però, la questione è ancora un’incognita. L’idea generale sarebbe quella di garantire un servizio streaming gratuito per abbonati o possessori di membership e a pagamento per gli altri tifosi (come ha provato a fare il Tottenham, che ha messo gratuitamente a disposizione le amichevoli pre-campionato per gli abbonati, proponendo un ticket di 20£ per chiunque altro volesse seguirle). Ma anche questa proposta non sembra essere esente da una serie di problematiche: la Premier League infatti è fortemente restia perché per farlo potrebbe essere costretta ad annullare i contratti con le emittenti, firmati su base triennale per un valore di circa 3,7 miliardi di sterline.

Come immaginabile, la strada è ancora lunga e siamo forse ancora lontani dal lasciarci questa crisi definitivamente alle spalle. Ma tornare ad avere qualche tifoso negli stadi è senz’altro un ottimo punto di partenza.

A cura di Gioele Anelli