Perché il Liverpool non sta spendendo sul mercato?

Fresco vincitore della Premier League e ormai già pronto a vivere un’altra stagione da protagonista, il Liverpool non si è ancora mosso con decisione sul mercato, e probabilmente non sarà intenzionato a farlo nel breve periodo. Quella che per molti è una situazione paradossale considerati i successi dell’ultimo biennio, riflette in realtà un business model molto particolare e in controtendenza con molti club di Premier League, la cui gestione è differente per numerosi fattori. Come ha spiegato Jurgen Klopp in una recente intervista rilasciata a BBC Radio, “non possiamo spendere come chi ha alle spalle oligarchi o interi Paesi. Siamo un club diverso, che non può permettersi di cambiare strategia dall’oggi al domani”. La sintesi di Klopp è efficace e si sposa alla perfezione con quella dell’amministratore delegato del Liverpool Peter Moore, che tre anni fa aveva già messo le cose in chiaro: “ci si aspetta che la squadra venga rinforzata, ma non spenderemo 100 milioni di sterline solo perché il Manchester City ha speso altrettanto. Vogliamo investire in modo ragionevole e sicuro, perché è così che crescono le aziende”. 

Ma oltre alle loro parole, che aiutano senz’altro, per comprendere la particolare posizione del Liverpool in questa sessione di mercato – nella quale ha acquistato solamente il terzino sinistro Konstantinos Tsimikas dall’Olympiacos – sono necessari alcuni dati e numerose (e doverose) premesse.

Una gestione differente 

Per prima cosa è fondamentale sottolineare che la Fenway Sports Group – compagnia americana di investimenti che ha comprato il Liverpool nel 2010 per circa 300 milioni di sterline e che detiene le quote di maggioranza anche dei Boston Red Socks – non presta e non prende soldi direttamente dal club affinché il club stesso sia generalmente autosufficiente e perciò in grado di sostenersi con i propri mezzi. La FSG quindi raramente immette denaro nelle casse societarie come accade nei casi di Manchester City o Chelsea, gestendo il Liverpool in modo che possa fronteggiare autonomamente le spese senza necessariamente indebitarsi (come molte altre squadre fanno in maniera del tutto ‘sana’ e, in certi casi, conveniente e vantaggiosa). 

Per questo motivo, risulta subito evidente come l’impatto della crisi legata alla pandemia abbia messo in difficoltà società come il Liverpool rispetto a squadre che possono contare sul capitale quasi illimitato dei rispettivi proprietari. “I nostri ricavi sono bloccati, ma le nostre spese rimangono. Ci aspettiamo perdite senza precedenti”, aveva detto in maniera piuttosto chiara e drammatica Peter Moore riguardo alla situazione del Liverpool nel pieno dell’emergenza COVID-19.

Un club in salute ma…

Nell’ultimo anno il Liverpool ha registrato un utile al netto delle imposte di 45 milioni di euro – saliti a 224 complessivi nel triennio 2017-2019, determinati quasi solamente dalla vendita dei giocatori – e un fatturato record di 579 milioni di euro, aumentando in un solo colpo i ricavi derivati dalla vendita dei biglietti (cresciuti del 35% negli ultimi 3 anni), dai diritti tv e dagli introiti legati al merchandising e ai contratti di sponsorizzazione. Tutto perfetto? Non proprio.

Il problema principale – come ha spiegato Swiss Ramble, un blog specializzato nelle questioni finanziare legate al mondo del calcio – è che i ricavi del Liverpool sono stati quasi totalmente assorbiti da costi di gestione più elevati. Dal 2015, ad esempio, il budget dedicato agli stipendi è aumentato dell’87%, in una percentuale di crescita maggiore dei ricavi stessi (79% nello stesso arco di tempo) e dal 2016 l’ammortamento dei giocatori – un sistema di contabilizzazione che avevamo spiegato QUI – è incrementato del 73%. Va poi tenuto a mente che il conto economico riflette solamente un utile contabile, che è diverso dai movimenti di denaro “reali”: per questo motivo dei 224 milioni di euro di ricavi negli ultimi tre anni, solamente 31 sono finiti direttamente nelle casse del club.

A pesare in maniera considerevole per le finanze del Liverpool sono anche due questioni distinte ma legate entrambe ad Anfield: da una parte i quasi 66 milioni di euro investiti (questa volta direttamente dai proprietari) per l’espansione e la sistemazione della Main Stand – al momento però sospese fino al 2023 – e dall’altra le mancate entrate causate dall’assenza di tifosi allo stadio: secondo una stima di The Athletic la vendita dei biglietti frutta circa 91 milioni di euro a stagione, che si traduce in una perdita potenziale di 3,25 milioni di euro per ogni partita giocata in casa senza pubblico.

Altri fattori determinanti

In questo contesto si inseriscono poi altri aspetti che costringono il club a correre ai ripari, a partire dalla spinosa questione dei diritti tv: nonostante i numerosi ricavi derivati dai servizi di broadcasting nel biennio 2018-19, quelli dell’ultima stagione potrebbero essere duramente influenzati dai ‘rimborsi’ che il club sarebbe costretto a versare alle emittenti nazionali e internazionali. A questo si aggiungono poi le minori entrate dal punto di vista prettamente commerciale, dal momento che gli store del club sono rimasti chiusi per mesi e che l’impatto sulle vendite dopo la vittoria del titolo – senza tifosi e ancora in stato di relativa emergenza – è stato indubbiamente più ridotto del previsto.

Legato ai commercial incomes c’è anche la questione del contratto stipulato con Nike, inferiore rispetto a quello firmato con New Balance (30 milioni di sterline contro le 40 di NB) perché compensato dal 20% di incasso netto sulla vendita degli articoli, del quale il Liverpool per ora sta beneficiando meno di quanto ci si sarebbe aspettato in un anno ‘normale’. Come ricorda The Athletic, non bisogna poi dimenticare i circa 55 milioni di euro investiti per sistemare e ultimare i lavori dei nuovi training grounds di Kirkby, che pesano sulle casse del club nonostante la ripartizione triennale dei costi totali.

Molti club, come spiega Swiss Ramble, hanno fatto ricorso a enormi prestiti (come i quasi 190 milioni di euro arrivati nelle casse del Tottenham e i circa 152 in quelle del Manchester United), mentre il Liverpool ancora non si è mosso in questo senso e probabilmente non lo farà. In questa situazione di incertezza, i Reds sembrano quindi più orientati a lavorare su altri fattori – come, ad esempio, ritardare la restituzione dei prestiti (circa 37 milioni di euro) dell’anno precedente – rimanendo fedeli al proprio business model ed evitando di indebitarsi, sia attraverso un prestito esterno, sia attraverso un’immissione di capitale da parte dei proprietari. “Vendere per poter comprare”, quindi, esattamente come quando a Liverpool arrivò Van Dijk in gran parte grazie agli introiti connessi alla cessione di Coutinho al Barcellona. 

In un momento così particolare sembra quindi difficile che il Liverpool possa cambiare improvvisamente strategia finanziaria, preferendo attenersi a quella che gli ha permesso di tornare protagonista in Europa e in Inghilterra nell’ultimo biennio.

A cura di Gioele Anelli