#LetFansIn

Il tanto fatidico momento è arrivato. Il calcio ha di nuovo urgentemente bisogno dei propri tifosi, non solo per ripopolare gli stadi, che prima di tornare a riempirsi dovranno attendere qualche mese in più del previsto, ma anche e soprattutto per tutte quelle attività collegate al calcio che hanno nei tifosi la loro principale fonte di sostentamento. L’esempio più chiaro di tutti è quello relativo al Bury Football Club, che in seguito all’espulsione dalla Football League ha visto cadere a pezzi (quantomeno dal punto di vista economico) gran parte delle attività commerciali situate nelle immediate vicinanze dell’impianto, in particolar modo pub e ristoranti. Se da una parte il coronavirus ha di fatto dato il colpo di grazia a tantissimi commercianti, dall’altra ci sono moltissime attività che avrebbero voluto riaprire in questi mesi e hanno dovuto invece lasciare chiuse le proprie saracinesche perché totalmente dipendenti dai flussi di tifosi che ogni weekend popolavano lo stadio. 

Oltre a queste situazioni estreme, ci sono poi i centinaia di dipendenti licenziati dalle società, che hanno dovuto per forza di cose limitare le proprie spese riducendo il personale, e le migliaia di lavoratori occasionali che fanno la differenze nei giorni delle partite e che facevano affidamento a quell’impiego (in particolare nelle aree più povere del paese) per sostenere la propria famiglia. Questi discorsi vanno inquadrati in un’ottica del tutto inglese: non immaginatevi di poter paragonare i compensi degli steward o degli operatori dello stadio inglesi a quelli italiani, altrimenti quest’ultimo paragrafo non avrebbero alcun senso. Se in Italia lo steward è una figura quasi del tutto ininfluente, in Inghilterra è quasi alla pari di un membro delle forze dell’ordine, sotto tutti i punti di vista. 

Abbiamo voluto fare queste premesse per introdurre quanto sta accadendo in questo momento in Inghilterra. Tutte le federazioni, comprese le leghe semi professionistiche, stanno aderendo alla campagna #LetFansIn, letteralmente “Fate Entrare i Tifosi”. Tutto nasce lo scorso fine settimana, quando il Primo Ministro inglese Boris Johnson aveva invitato la popolazione di tornare a riempire i cinema per evitare il collasso dell’intero settore. Un gesto apprezzabile, se non arrivasse nel periodo storico che stiamo attraversando, con una pandemia globale in corso, una nuova impennata di casi e soprattutto se non fosse per il fatto che il cinema è un luogo chiuso che obbliga le persone a stare vicine, esponendole di conseguenza a un possibile contagio. 

Il messaggio del premier Johnson ha scatenato dapprima i club di League Two, League One e Championship, che a differenza della National League e le leghe inferiori non possono tuttora aprire le porte ad alcuni dei propri tifosi e successivamente anche la Premier League, che con una nota sul proprio situo ufficiale ha spiegato perché ha deciso di aderire a questa campagna, supportando la propria tesi con dati statistici e fatti concreti. 

L’impossibilità da parte dei club di coinvolgere i propri tifosi in attività dove è richiesta la presenza fisica, li ha di fatto obbligati a programmare tali eventi in maniera completamente diversa: le persone più vulnerabili, che prima ricevevano una visita settimana visita da parte di un medico/esperto che ne potesse constatare lo stato di salute fisica e mentale, hanno dovuto virare sulle chiamate telefoniche per non far mancare il loro supporto. Le attività come i Food Banks, ovvero la raccolta di beni di prima necessità da consegnare ai membri della comunità che non hanno la possibilità di accedervi, sono state programmate per far sì che a muoversi fossero delle persone accuratamente selezionate dal club (previo tampone), così da non mettere a rischio la salute delle persone visitate. Tutta questa riorganizzazione ha portato a un’incremento della spesa media di ogni singolo club, avvicinando molte realtà al fallimento. 

E poi, diciamocelo chiaramente, questo calcio senza tifosi, non è calcio. 

Nel corso delle ultime settimane sono stati effettuati 11 test-match che hanno di fatto confermato quanto assistere a una partita di calcio sia forse l’attività in assoluto meno rischiosa tra tutte quelle fino a questo momento concesse. Con la giusta organizzazione e il rispetto delle regole vigenti da parte dei singoli club, l’ambiente stadio può essere facilmente controllato, evitando assembramenti sugli spalti e nei luoghi più esposti (scale, bagni, ingressi), installando dispositivi per la misurazione istantanea della temperatura e riorganizzando il sistema dei trasporti direttamente collegati all’evento, predisponendo aree esclusive per parcheggi, trasporti pubblici, ecc. 

Non solo: con il sostegno degli esperti, i club sarebbero obbligati a igienizzare l’intera struttura con attenzione e al termine di ogni singolo match, così da poter prepararsi al meglio a quello successivo senza il rischio di contagio. 

Insomma, con le giuste accortezza e con una capienza obbligatoriamente limitata, gli stadi di calcio sono molto più che accessibili al momento. Se si considera l’impatto che avrebbe il ritorno dei tifosi, non solo sui conti della società ma soprattutto sulle attività direttamente collegate all’impianto, oltre che alla salute mentale di tantissimi supporters, è chiaro che il governo debba muoversi per sostenere l’azienda più redditizia dell’intero paese.

Al momento la petizione ha raggiunto quota 190 mila firme, ma probabilmente ne serviranno molte di più per convincere Boris Johnson (e simili) a cambiare idea riguardo il ritorno dei tifosi allo stadio. L’auspicio è che una soluzione venga trovata al più in fretta possibile, senza dover aspettare il prossimo anno prima di poter riassaporare l’atmosfera che siamo soliti respirare ogni weekend in quelle quattro mura che per 90 minuti diventano la nostra casa.